Parigi chiama Europa

Gli avvenimenti francesi delle ultime settimane hanno riacceso il dibattito sulle periferie urbane. Avviene sempre così: dei problemi ci accorgiamo solo al momento in cui, improvvisamente, scoppiano, divenendo incontrollabili e suscitando scandali. Lo scandalo è dovuto al fatto che le rivolte non si prestano a facili letture improntate secondo quei principi di cause ed effetto tanto cari ai tecnocrati e ai non meno ottusi burocrati, ma intrecciano dinamiche più complesse e profonde che si misurano per speranze di vita e margini di futuro. Questi tecnocrati, questi burocrati che alimentano con cinismo e aria professorale il dibattito, non hanno probabilmente mai abitato quelle realtà. Forse, non ci hanno mai neppure messo piede. Non illudiamoci: così com'è nato, il dibattito si spegnerà. Anche perché i diretti interessati non verranno ascoltati, sicché tutto si ridurrà, come sempre, ad un monologo intriso di chiacchiere da solotto. La loro violenza (non giustificata, non giustificabile) riflette una delusione, è una domanda d'ascolto inesprimibile in altro modo. È la stessa domanda a venire soffocata se, rivolgendosi ad un rappresentante dell'ordine pubblico o delle istituzioni, ci si sente rispondere "ta gueule!", taci. Il solo fatto che la violenza diventi l'unico modo da impiegare affinché queste persone siano riconosciute e qualcuno si occupi di loro, permette di misurare tutta la drammaticità della situazione. Non basta dire che si tratta di ragazzi – qualcuno (e tra questi c'è anche un ministro) le scambia per "racaille", ovvero feccia – discriminati a causa del quartiere in cui vivono, del colore della pelle, della "loro cultura o religione"; o che il degrado degli spazi di vita non si limita ad esprimere quello sociale, ma lo moltiplica. Bisognerebbe avere il coraggio di vederci criticamente e dire, ad esempio, che la responsabilità è nostra, e gli immigrati ci sono perché siamo stati noi, all'inizio, a portarli in Europa: forse a qualcuno il processo di decolonizzazione, la ritirata dei nostri imperi europei, ricorda qualcosa. Per non parlare della necessità di impiegarli quale manodopera adatta ad assolvere tutti quei lavori umili che noi occidentali, già a partire da subito dopo la seconda guerra, rifiutavamo.

Il problema rimanda, inevitabilmente, a quello delle "identità culturali" e al rapporto con l'"Altro". Alain Duhamel ha osservato come "l'unica comunità che la Francia riconosce è la comunità nazionale". Non è solo un problema francese. Perché in molti non hanno capito che ogni cultura, italiana, francese, tedesca, olandese o spagnola che sia, svizzera inclusa, è l'espressione di una comune cultura europea. E la necessità dell'Occidente è quella di un ritorno alle orgini da cui proviene (cioè dall'Oriente), nonché ricerca del proprio destino per intima necessità. Orientarsi sembra oggi più che mai necessario. Specie nelle ore in cui i potenziali elettori di Jean Marie Le Pen crescono a ritmo vertiginoso, sconvolgendo ulteriormente gli equilibri del paese.

È disarmante che le dichiarazioni di un calciatore (tanto più se il calcio, come sembra, è divenuto oppio per le coscienze) superino per intelligenza quelle di un ministro. Insultando l'"Altro" il ministro non comprende di insultare se stesso. Perché non comprende che l'"Altro" non va assunto come pura contingenza, essendo ciò che già portiamo con noi. Non capirlo significa ricadere nelle superstizioni e, seppure inconsapevolmente, negli orgogli di onnipotenza.

Si dice che i tradizionali procedimenti di assimilazione non hanno funzionato. Già solo il termine, "assimilazione", dovrebbe sollevare qualche domanda invece che essere utilizzato con tanta disinvoltura. In realtà, non si tratta delle prime rivolte delle periferie francesi. Ma al contrario di quanto avviene ora, negli anni passati e fino a poche settimane fa le rivolte rimanevano circoscritte al luogo d'origine, esplodevano in un quartiere senza contagiarne altri. La ribellione collettiva è stata scatenata per la morte di due di loro. E gli insulti di un ministro che, per questo, dovrebbe essere destituito immediatamente dal proprio ruolo istituzionale, hanno gettato benzina sul fuoco.

Che c'entra tutto questo con l'architettura? Moltissimo. Se sono stati proprio gli architetti ad essere stati accusati dei disastri urbani, di aver creato quartieri dormitorio e periferie ghettizzate. Ma le politiche edilizie, al contrario di quanto sostengono tanti politicanti, sono delegate alle imprese immobiliari, non agli architetti. Le periferie sono parte della città, sono la città. Devono poter diventare la città, provviste di infrastrutture e servizi adeguati. Da decenni si propongono progetti e soluzioni sistematicamente ignorate dagli organi istituzionali preposti alle politiche urbane e territoriali. Se le periferie si sono trasformate in ghetti che trasudano una disperazione e un risentimento incontenibili è dovuto anche al fatto che sono state abbandonate, senza completarne le infrastrutture sociali e culturali necessarie. La politica, già a partire dagli anni '70 (anche l'allora sindaco di Parigi, Chirac, dovrebbe saperne qualcosa), le ha trasformate in luoghi di segregazione per immigrati e popolazioni flagellate dalla disoccupazione. Eppure erano nate, o almeno avrebbero dovuto essere pensate, come luoghi di integrazione sociale. Si sono ridotte ad essere l'esatto contrario: luoghi di esclusione.

Come sempre, prima di proporre soluzioni tecniche e burocratiche, lo abbiamo già detto e non ci stancheremo di ripeterlo, urge una visione, ma confondendo la legalità con la repressione, e fino a quando si tenteranno di colmare i vuoti di idee con atti che tradiscono la volontà politica di fornire risposte culturali a fatti ignobili, non faremo un solo passo avanti. Per chi ha occhi per vedere, tuttavia, le ispirazioni migliori vengono proprio dalla periferia che, denigrata, umiliata, offesa, attende il dovuto riscatto.