Genealogia e progetto

Il libro di Laura Gioeni, “Genealogia e progetto – per una riflessione filosofica sul problema del restauro”, edito da FrancoAngeli, è, per quanto ne sappiamo, il saggio più importante che sia stato scritto sull’argomento negli ultimi decenni.

L’analisi dell’autrice prende avvio dalle vicende dell’età rinascimentale, soglia a partire dalla quale ad una nuova sensibilità verso i monumenti e l’arte di quella che è stata definita l’età classica (e ai giudizi inappellabilmente negativi verso la produzione artistica medievale) si accompagna e delinea in modo sempre più problematico e complesso la questione del restauro e, quindi, quella del rapporto del presente con le preesistenze antiche. Tracciando il suo percorso a partire da una visione del restauro che prende avvio «sotto il segno di una triplice ambiguità: a) una costitutiva duplicità etimologica; b) una querelle stilistica tra classico e gotico; c) una poco innocente attidutine alla riproduzione falsaria delle opere», Laura Gioeni mostra il cammino che dal restauro inteso come ri-fazione – passando per l’Accademia della Crusca, attraverso il Baldinucci fino a Quatremère de Quincy – conduce agli esiti della paleontologia comparata di Viollet-le-Duc e, attraverso le battaglie di Victor Hugo e i richiami morali di John Ruskin, giunge alla progressiva affermazione di una teoria della conservazione approdando alle ricerche e ai saggi sulla moderna cultura dei monumenti di Alois Riegl. Il quale, sebbene mostri «non solo la pluralità delle prospettive possibili ma anche l’ineliminabile duplicità di ogni punto di vista (…) manca la considerazione e la presa in carico della costitutiva progettualità e dinamicità della soglia di ogni domanda verso il passato».

Con questo commento, che anticipa, condensandole, le conclusioni dell’autrice, si giunge quindi alla seconda parte del libro nella quale è svolta un’acuta critica all’impostazione teorica di Cesare Brandi e ai conseguenti esiti sul piano pratico. Con pertinenza e ammirevole consapevolezza filosofica, vengono rivelate tutte le ambiguità e le difficoltà conseguenti ad un pensiero che, nel tentativo «di aver ricondotto la pratica del restauro nell’alveo di un’estetica idealistica, maldestramene mascherata da fenomenologia e foriera di una concezione metafisica dell’opera d’arte», ha portato la cultura italiana «a perdere terreno rispetto ad una nozione di restauro come pratica di intervento sul monumento inteso come documento». Brandi rimane quindi accecato e impaludato a quella visione del senso comune ereditata dalla tradizione metafisica inaugurata dalla strategia platonica che, come è stato mostrato, è assunta a «caposaldo pacifico e indiscusso, e anzi, un “fatto” evidente e certo entro e a partire dal quale, ma non sul quale, dibattere e ricercare per tutto il sapere successivo».

Si apre così il campo alla terza parte del saggio, dove il restauro viene ridefinito quale domanda e pratica genealogica, esercizio etico di scrittura e, come tale, autenticamente progettuale. È la filosofia contemporanea che, educandoci ad uno sguardo genealogico (già per altro inaugurato da Nietzsche) ci ha insegnato fra le altre cose a riconoscere quell’arbitraria e indebita “retrocessione del testimone”, cui si accompagnano le pretese ideologiche e superstiziose dello storicismo e dello storiografismo. Il restauro – con buona pace di chi vede nella discontinuità “lacune”, “eresie”, “punti sconvenienti” da eliminare, “errori” inammissibili dal punto di vista del restauratore intollerante – è così inteso come progressiva pratica di conservazione che tuttavia «non si esaurisce in un nostalgico ed illusorio sguardo al passato, in una nevrotica coazione a ripetere (…)», capace di mettere sotto critica la pretesa di parlare di uno “stato originario” (fantasma metafisico che si illude esistano cose vere in sé, un universo in sé, un passato come “dato”, indagabili da un supposto e imperturbabile “sguardo panoramico”). Il restauro è perciò anche una pratica «che sostituisce alle categorie di unità, di originarietà ed omogeneità formale dell’opera d’architettura, il concetto articolato di palinsesto, una scrittura di mondo sempre aperta a nuove e inedite trascrizioni». Nel restauro «si gioca quindi una “partita doppia” tra rispetto integrale del documento da una parte, e progetto del nuovo dall’altra, secondo il principio di non sottrarre, ma semmai aggiungere materia. E che l’aggiunta sia riconoscibile e denunciata come nuova». È sostanzialmente la tesi che una minoranza, in particolare in Italia, ha sempre difeso con pari convinzione ma, certamente, con minor precisione concettuale. Il libro di Laura Gioeni ne rappresenta, forse anche contro le intenzioni dell’autrice, un autorevole riconoscimento. “Genealogia e progetto” è un lavoro che non disattende quella duplice istanza formulata da Bruno Zevi nel 1960 nelle pagine di “Architectura in nuce” rivolta, da una parte, ad esigere che il restauro dei monumenti si avvalga di «nuovi critici e nuovi artisti» e dell’integrazione dei loro interventi, e, dall’altra, indirizzata agli architetti affinché sentano il restauro come un compito artistico e intuiscano la possibilità di creare, rispettando tutto ciò che esiste di antico, una nuova immagine poetica, necessariamente diversa dall’antica ma ad essa consona.

Nella tanto succinta quanto straordinaria presentazione del libro, Carlo Sini riassume il senso del lavoro di Laura Gioeni come mirante a recuperare «quella valenza che alla genealogia fu appunto consustanziale al suo inizio: quella di una “scuola del sospetto” atta a liberare i soggetti dalle loro involontarie sudditanze e dai pregiudizi passivamente ereditati».