12 Maggio 2006
Villa Colli, la giustizia, eccetera
Capita sempre che, in mancanza di argomentazioni, si scada nel pettegolezzo o, nel peggiore dei casi, nella disonestà intellettuale, con il pericolo di incorrere nella calunnia gratuita, che è l’arma più ignobile adottando la quale si supera ogni decenza. Gli attacchi che in modo incessante si susseguono ai danni dei Signori Chiono sono di questa natura. La risposta al sindaco di Rivara cui a volte ci si riferisce, a chi volesse davvero leggerla con la dovuta attenzione risulterà circostanziata, e in essa troverà contenute tutte le risposte del caso.
I problemi sono assai più complessi di come i tecnocrati e i burocrati vorrebbero immaginarli. È l’ottuso specialismo che determina l’attuale frana e crisi della cultura, perché quello della mera specializzazione è puro infantilismo ignaro dei propri sensi e fondamenti. Motivo per cui c’è da essere felici se una persona “priva di requisiti” e di lauree, quella che comunemente viene definita una non addetta ai lavori, accetti di acquistare una Villa che correva il rischio di andare in rovina, si impegni a restaurarla in modo esemplare investendo il proprio tempo e il proprio denaro, aprendola per di più al pubblico e facendola vivere attraverso una biblioteca e iniziative culturali capaci di ottenere riconoscimenti a livello internazionale.
Abbiamo già riferito di come l’amministrazione comunale (parliamo con dati alla mano) abbia operato “scelte particolari” che hanno prodotto “scostamenti specificamente voluti dalla Giunta Comunale” al fine di inserire Villa Colli in zona industriale, malgrado ciò fosse del tutto illegale, perché in contrasto non solo con la normativa regionale, ma anche con quella nazionale (come del resto confermato e documentato dai competenti organi provinciali). Non si capisce come una residenza, specie se di valore riconosciuto, debba soccombere, in palese violazione della legge, alle assurde pretese di un’attività industriale, del tutto incompatibile con il rispetto e la tutela di un edificio a carattere residenziale, per di più preesistente.
L’ultima ordinanza del Tribunale di Ivrea ha condannato i Signori Chiono sulla base di un falso in atto pubblico, accolto senza verificarne veridicità e fondatezza. Atto gravissimo e pericoloso per la credibilità delle istituzioni. Leibniz, che oltre ad essere un grande filosofo fu anche un grandissimo giurista, definiva la legge e il giudizio in termini essenzialmente etici ed esistenziali, come “caritas sapientis”. Ne siamo ben lontani, anche se vogliamo continuare a riporre fiducia in uno stato di diritto che l’Italia, attraverso le proprie istituzioni, dovrebbe essere in grado di garantire e rappresentare.
I Signori Chiono, al di là delle chiacchiere da pappagalli da salotto, non hanno avanzato, com’è evidente, richieste inopportune, né hanno preteso di ottenere privilegi particolari. Avere la possibilità (oseremmo dire il diritto) di vivere in condizioni civili negli spazi di Villa Colli, potendo non di meno aprirli al pubblico, a studenti e studiosi, proseguendo quelle iniziative culturali cui hanno voluto dare vita, era il senso della loro istanza rimasta del tutto disattesa. Che esista qualcuno che vorrà disporsi all’ascolto, questo è ciò di cui tutti i membri del Comitato non dubitano.



