Quando una star dell’architettura denuncia i concorsi d’architettura

Abbiamo visto che da Foster, che progetta la piramide per un megalomane tiranno di provincia, a Koolhaas, che glorifica l’oligarchia cinese nella torre CCTV, le superstars architettoniche sono lanciate in una squallida corsa all’autoincensazione (e al malloppo) che non conosce più freni.

Dopo aver perso per strada ogni principio etico stanno ora perdendo anche la testa.

Rem Koolhaas, estromesso dal discusso e discutibile concorso per la sede centrale della compagnia petrolifera russa Gazprom, a San Pietroburgo, lancia fuoco e fiamme contro il sistema dei concorsi e chiama le altre superstars al boicottaggio. “Sono ora impegnato in una campagna per convincere il mondo che questo tipo di concorsi è senza speranze…” una frase che suona offesa sulla bocca di uno che su questo sistema dei concorsi ha costruito la propria fama e la propria fortuna. Un sistema corrotto dall’ingordigia di un’arrogante élite di prime donne, coccolate dai media e detestate da quel mondo che l’architetto olandese vorrebbe convincere della bontà della sua ipocrita campagna moralizzatrice.

Perchè Koolhaas solleva solo ora la questione? Perchè punta il dito accusatore su un’aspetto dei concorsi sorvolando su altri?

La questione viene sollevata ora perchè il circolo vizioso che alimenta concorsi e giurie è saltato. Quando una star non partecipa ad un concorso è perchè è in giuria. Quando non è in giuria partecipa ai concorsi dove altre stars sono in giuria. A San Pietroburgo è successo l’impensabile: Norman Foster, Rafael Viñoly e Kisho Kurokawa hanno abbandonato la giuria lasciando così le altre stars senza più foglia di fico. Questo il vero motivo della “campagna” di Koolhaas, non certo i piagnistei sull’etica violata che egli usa per gettare fumo negli occhi.

“Stiamo lasciandoci prosciugare delle nostre infinite risorse e di un’enorme quantità di idee, per nulla” dichiara candidamente l’architetto olandese dimenticando le infinite ingiustizie che lo star system alimenta, a cominciare dal lavoro sottopagato dei membri dei teams che collaborano con le stars. I plastici, i renders e le elaborazioni multimediali sono frutto del lavoro dei teams che raramente trova un adeguato riscontro economico. Per non parlare dell’opera di quegli architetti che, freschi di laurea, vengono inseriti nei teams, e che portano idee nuove, fresche ed a cui si deve spesso l’idea generale di un progetto che la star poi “sigilla” con la propria firma. Un pò come succede nel mondo della moda.

Quanto a risorse e idee prosciugate per nulla bisognerebbe chiedere a quegli studenti che rendono possibile, grazie al loro lavoro non pagato, la pubblicazione di libri, a firma delle stars, frutto di seminari universitari. Inutile aggiungere a chi vanno gloria e royalties. Questa è una pratica che i nostri hanno appreso da un’altra categoria eticamente disinvolta: gli accademici.

Da tempo denunciamo la corruzione di questo sistema di concorsi che ha prodotto si opere architettoniche di valore ma ha anche generato, da un lato, i professionisti delle giurie (stars, critici, direttori di riviste, direttori di istituzioni culturali), e, dall’altra, un’aristocrazia di architetti miliardari, famosi, privilegiati, che hanno dato l’assalto alla diligenza senza porsi troppi scrupoli etico-professionali.

Fuksas (tra i selezionati per la fase finale del concorso in questione) fece addirittura una Biennale all’insegna di “Più etica e meno estetica”. Ma Fuksas scherzava, infatti lo slogan non era riferito all’architettura ma all’altra grande kermess lagunare: il carnevale.

Il Co.di.Arch. di Milano presentò, a suo tempo, una seria e articolata proposta di regolamentazione dei concorsi che suscitò persino l’interesse della rivista Architecture (ora Architect). Qualcuno che l’abbia recepita? Neanche per idea. Tutti genuflessi ad adorare le stars o a grattarsi pensierosi la pera. Poi arriva Rem e quasi quasi ci convince che le vere vittime di questo sistema sono lui e i suoi poveri colleghi scippati delle loro idee, sottopagati e maltrattati.

Da tempo scrivo che i problemi in cui si dibatte l’architettura contemporanea non sono, o perlomeno non sono solo, di ordine linguistico-formale, ma essenzialmente di ordine etico-professionale e questa disgustosa vicenda lo conferma.

Problemi di cui scrive, con cognizione di causa, Beniamino Rocca nel suo libro, fresco di stampa per la Libreria Clup, “Cose d’architettura… e di mestiere”. In questa deliziosa quasi-autobiografia il “geometrarchitetto” monzese dimostra che la salutare miscela di etica ed estetica necessaria per tener vivo il mestiere “più bello di tutti” si può ottenere solo grazie ad una costante tensione civile e ad una abbondante dose di umiltà. Una lezione su cui non solo gli studenti, ma anche gli accademici salottieri dovrebbero meditare. Le superstars no. Loro non hanno tempo per meditare, impegnate come sono nelle barricate a difesa dei privilegi violati.