22 Novembre 2006
Paesaggistica e linguaggio grado zero dell’architettura
Cercherò di guardare a questo convegno con la “testa tra le gambe” perché così mi sarà più facile tentare un contributo. Quando ci sono di mezzo gli architetti - e gli urbanisti - si corre sempre il rischio che la paesaggistica diventi un problema quasi esclusivamente grafico, di disegno, di grandi tavole colorate. Sono convinto invece che l’ambiente costruito sia sempre l’espressione fedele di tutta una civiltà e che non possa essere demandato a soli tecnici, ma alla globale responsabilità di tutta la società, ciascuno per la propria parte. E’ con questo cannocchiale che vorrei si guardasse all’ambiente costruito, al paesaggio. Se restiamo all’interno delle singole discipline che si occupano del territorio, o peggio, delle loro teorie, voleremmo forse un po’ troppo alto… e saremmo tra le nuvole.
Quaggiù, dove la gente vive, lavora, prega e si diverte, si continuerà con interventi edilizi che trattano il territorio “a mò di spezzatino”, così direbbe Marcello D’Olivo, come è stato fatto dal dopoguerra in poi. Cattivi maestri nelle università, e riviste di settore intellettualmente inconsistenti, hanno generato negli ultimi anni una schiera di pessimi allievi le cui opere continuano ad inquinare il paesaggio. Guardiamoci intorno. Sarà solo un caso se nello spazio di cento metri da dove si tiene questo convegno i due edifici più recenti in affaccio sulla strada che va verso il centro di Modena esibiscono timpani verdi, gronde seghettate e lesene in mattoncini rosa? E’ vero che la mostra decostruttivista del Moma a NewYork ha decretato ufficialmente l’off limits alla “Strada novissima”, ma del paesaggio che ci si costruisce d’attorno giorno dopo giorno – e sono passati già quasi dieci anni da quella mostra – ancora ne vediamo i rigurgiti. E’ certo, ci vorranno ancora diversi anni prima di celebrare la vittoria dell’architettura sull’edilizia perché ancora dobbiamo arrivare al cervello ed al cuore della gente comune. Questo il nodo del problema. E non è che nemmeno dopo il gran fragore di Tangentopoli si possa stare tranquilli.
Quanto si sta preparando in Parlamento in attuazione della legge 109/94 - la cosiddetta legge Merloni - non può tranquillizzare chi ha a cuore l’architettura. I nostri politici dovrebbero sapere che per legge non si può discernere tra architettura ed edilizia, e quando si privilegia la “Quantità” piuttosto che la “Qualità”, quando i criteri determinanti nella valutazione dei curricula professionali che questa legge prevede per l’affidamento di un incarico di un’opera pubblica diventano lo sconto praticato sulla parcella ed i tempi di elaborazione del progetto esecutivo, viene da chiedersi perché uno dei mestieri più bello del mondo debba essere così poco apprezzato dai nostri politici. Questa legge è importante per i destini architettonici delle città, dell’ambiente e solo l’In-Arch, oggi, sembra opporsi con certa consapevolezza del problema della qualità architettonica nel compiacente torpore burocratico degli Ordini professionali, Italia Nostra, Lega Ambiente, WWF, ambientalisti vari e via dicendo.
Ma torniamo al tema del Convegno. Un nuovo linguaggio architettonico per imporsi davvero nel paesaggio urbano dovrà essere sentito dalla gente comune. C’è poco da fare. Un’architettura “griffata”, per sole “anime belle” non può bastare per riscattare l’ambiente.
Lucien Kroll, con il suo intervento in questo convegno, ha già posto il problema del “fare architettura nella partecipazione”. Lui, è oggi tra i pochissimi al mondo che può testimoniare, anche con opere di grande qualità architettonica, questo modo di operare. Dovremmo tutti molto meditare sulla sua ironica (ed apodittica) definizione “architettura da scapoli”, riferita a quell’architettura chiusa in sé stessa, che ci fa diventare “vittime dell’ego dei grandi architetti”. Da questo punto di vista, anche l’intervento del presidente dell’In-Arch, il prof. Masi, non a caso sociologo, è stato utile ed illuminante, ricco di praticabili contenuti sia per noi architetti che per imprenditori, amministratori e per coloro i quali, a livelli più alti, devono legiferare. Il prof.Zevi, poi, nella sua memorabile relazione ci ha anche detto che : “… il Piano si illude di governare l’ambiente, ma in effetti è stravolto perché svincolato da previsioni architettoniche di qualità“. Ma questa affermazione mi inquieta. Mi domando se non sia un po’ sfuggire le ragioni più profonde del fallimento dell’Urbanistica dei Piani esaltando il ruolo salvifico dell’architettura; insomma, se non sia un po’ troppo ottimistico (e persino pericoloso) individuarne le cause nelle “previsioni architetoniche di qualità”, se non sia un po’ troppo utopico restituire “piena libertà all’edilizia”, se non diventi un po’ troppo facile rifugiarsi nell’“impegno creativo sul territorio”. La poesia in architettura è pane per pochi.
Lucien Kroll, ancora lui, ci costringe a meditare sul come lavorano gli architetti quando avverte che “è ora di far leva sulla ricchezza delle gente“. Pone in modo ineludibile la partecipazione popolare al nostro lavoro, un mestiere che più di altri ha bisogno dell’apporto di tutti, tecnici e no. Paesaggistica come espressione di una nuova civiltà dunque, di questo occorre oggi avere una più larga consapevolezza. E d’altra parte, ditemi voi, chi sarebbe il demiurgo in grado di fare pianificazione territoriale tenendo nel debito conto: crisi istituzionali e finanziarie, catastrofi naturali, guerre, ondate immigratorie, rivoluzioni tecnologiche dei sistemi di produzione, informazione, comunicazione e di trasporto? Una cosa è certa: il futuro non si può prevedere se non per linee molto generali ed un Piano, per essere gestibile, non può essere riempito di verità assolute neppure se è ben disegnato e rispettoso della storia come vuole certa cultura accademica.
La verità – a mio modo di vedere s’intende – è che la crisi del Piano non deriva da una mancanza di progettualità da parte di urbanisti, economisti, trasportisti, politici e così via, ma da una reale impossibilità attuativa che risiede soprattutto in due condizionamenti fondamentali: uno di tipo logico e l’altro di tipo pratico. Il primo è dovuto al fatto che, logicamente, non si può prevedere il futuro : il secondo è che, ad esempio, non si possono praticamente coordinare tra loro i centinaia e centinaia di piani regolatori di una Regione : ciascuno con la sua strategia, i suoi interessi, i suoi problemi, le diverse coalizioni politiche. Siamo davvero convinti che lo si possa fare un Piano Territoriale Regionale tutto ben rappresentato su carta colorata e con i timbri di un organo istituzionale a conferirgli consapevolezza ed autorità per vederlo poi concretamente realizzato? Qualche tempo fa ho sentito, in un dibattito tra urbanisti, un divertente ed illuminante aneddoto: diceva uno dei relatori (il prof. Longhi dell’Università di Venezia) “In Inghilterra, ormai, il Pianificatore conta come il disegnatore della carta di cioccolatini in una fabbrica di cioccolato”. Come uscire allora da questo problema ? Una buona parte di risposta credo stia nella prassi urbanistica del buon amministratore, da sempre interessato a considerare un Piano per quello che è: uno strumento di gestione urbanistica e non come un disegno vincolante.
C’è poco da fare, un Piano non può mai decidere per tutti e ciò significa che ogni previsione urbanistica deve essere inevitabilmente “contrattata” tra le parti interessate e coinvolte ai vari livelli istituzionali e no. Gli “ Accordi di programma” della legge 142/90 sono legge e sono entrati nella prassi amministrativa quotidiana di Comuni, Provincie, Regioni. Anzi occorrerebbero delle iniziative politiche perché all’art. 27 che li istituisce, venga data la possibilità di far partecipare anche i privati, oggi esclusi. Non si vede infatti come si potranno realizzare metrò leggeri, gallerie, ponti, canali e strade senza ricorrere al finanziamento anche dei privati. Nessuna meraviglia, l’importante è che la “contrattazione” si svolga pubblicamente e nel rispetto della legge. D’altra parte, questo modo di operare è già espressione dei comportamenti delle persone a cui, non dimentichiamolo, il nostro mestiere è rivolto. Non avviene la stessa cosa anche nell’amministrazione giornaliera di ogni nucleo famigliare? La buona massaia non fa anche lei il suo bravo “piano” per arrivare a fine mese nel migliore dei modi? Non deve anche lei “contrattare” quotidianamente la sua applicazione mediando con le esigenze dei figli, del marito, del padrone di casa, del salumiere, del lattaio?
Insomma, occorre avere più consapevolezza che dopotutto un piano è carta colorata e che a decidere fisicamente dell’ambiente è la gestione che di quel piano si fa. La storia del piano regolatore di Piccinato per Roma non ha ancora insegnato nulla agli urbanisti? Che ne è a distanza di oltre trent’anni del suo Sistema Direzionale Orientale? Anche per il suo piano regolatore di Monza si potrebbe dire la stessa cosa: che ne è stato del suo avveneristico Centro Direzionale ? In trent’anni sono state saccheggiate le aree di completamento e di espansione di quelle città e nulla, o molto poco, è stato fatto concretamente delle idee forza di quei piani. Questo è successo proprio con il Piano Regolatore di Piccinato, il miglior urbanista italiano del dopoguerra .
La fragilità ed i limiti di una cultura urbanistica per troppo tempo dominante nelle università, tutta legata al disegno, alla forma, è ormai evidente. Quella cultura non ha saputo fare i conti con le implicazioni macroeconomiche e macrourbanistiche che governano la crescita di una società moderna; con i parametri “popolazione-reddito” e “flussi di traffico-tendenza insediativa”, che da sempre hanno condizionato lo sviluppo urbano entro variabili molto ben indagabili analiticamente. (Ma questo nell’università italiana lo fanno ormai solo i discepoli di Piero Bottoni e Lucio Stellario d’Angiolini).
Basta dunque con il mito della pianificazione, basta con la falsa cultura ambientalista capace solo di mummificare, che sta producendo in Italia inutili università del paesaggio dove mediocri architetti si stanno rifugiando per avere conforto alla loro incapacità di cogliere il nuovo che avanza. Il mito ambientalista sta rafforzando il potere burocratico di Soprintendenze vecchie come le leggi che ancora le tengono in vita. Per preservare i centri storici delle città (ma come mai un Mario Sironi trovava più poetiche e fascinose le periferie moderne degli anni venti?) non serve imbalsamare muri ed intonaci, occorre saper capire ed analizzare lo sviluppo delle funzioni, studiare quel procedimento a palinsesto per cui nel tempo qualcosa rimane, qualcosa si sovrappone, qualcosa si cancella, ma sempre rispettando l’impianto storico. Oggi basta pedonalizzare, fare un po’ di arredo urbano, aggiungere un tocco di piano del colore ed ecco tutti felici. Lo fanno ormai amministrazioni di destra, di centro, di sinistra. A nessuno più importa se così facendo depositari del vissuto dei centri storici diventano banche, uffici, negozi e centri commerciali.
Oggi, con questo convegno, Zevi ci dà una nuova speranza, una nuova consapevolezza, il grado zero della scrittura architettonica preme ormai sul Terzo Millennio e saprà dinamicizzare anche l’intorno più antico. I musei di Daniel Libeskind a Berlino e di Frank O.Gehry a Bilbao sono lì a dimostrarlo. Esultiamo architetti, un nuovo Secolo ci aspetta, un nuovo paesaggio, dunque, nuova civiltà.



