30 Dicembre 2005
Urbani-city
Il titolo ben inquadra l’orizzonte del discorso. Marca i confini di senso del documento e richiama "l’urbanistica" ed i suoi molteplici attori e spettatori ... al tema: la città di Bologna. Se i problemi e le questioni che si pongono con l’elaborazione del PSC rientrano nell’urbanistica, va chiarito propedeuticamente che è urbanistica di città, pro-getto urbano in senso lato, culturale, urbani-città.
Riteniamo che per un’Amministrazione, ai suoi fini pubblici intendiamo, l’abitante di città come Bologna, debba essere considerato come uomo contemporaneo storicizzato e ambientato, cioè "già educato e conscio", e non un soggetto insipiente da guidare per il suo bene. Ma non solo, esso è a tutti gli effetti l’uomo civile e sociale che abita la città, cioè pienamente cittadino, dotato della coscienza storica e sociale che gli deriva dall’avventura del ventesimo secolo, con le sue purghe ed olocausti, e dalle sue personali avventure urbane e periurbane. Parliamo di un uomo, evidentemente, per definizione "capace" e quindi che può e deve scegliere. Pensiamo che ad esso non vada riservata una "politica ad hoc" (per gli immigrati, per i giovani, etc...), ma gli vada riconosciuta la piena dignità di civis e riservata una "politica per la sua città".
Per riabitare si punta sulla sostenibilità, preferiremmo parlare di funzionalità ed attrattività complessive, per ripopolare si punta a realizzare case per i giovani, preferiremmo parlare di case/tipi innovativi – housing – in generale.
L’urbanicità del civis è appartenenza al tempo ed allo spazio/luogo tra i tempi ed i luoghi, la si misura con la sua capacità di appropriazione di senso della "propria" vita tra gli altri (rifugge ghetti e limbi, chiede solo lo spazio che gli è concesso nell’insieme degli spazi di tutti).
L’urbanicità che l’Amministrazione comunale deve possedere e spendere come capacità di ruolo, è subordinata al riconoscimento che in questi termini la città non è un’invenzione-costruzione-scoperta storica, è nell’uomo e nelle sue costruzioni mentali, ancor prima che fisiche (volere di città). La città è in quanto cosciente di se per il passato e per il presente e con gli occhi a inseguire un futuro. La città oggi prende senso in quanto urbanicistica, voluta per quello che è, cioè "non solo e non tanto se democratica, solidale, ...", perché resta città ricercata e voluta anche se non è ... la città può essere allora vivace/vivibile, problematica/accettata, violenta/cosciente, rifiutata/sperata, ..., perché è dei suoi "cittadini urbani" la coscienza problematica della città vivente, perciò scostante e squilibrata. Non spaventino complessità e problematicità, preoccupi piuttosto la mancanza di idee.
La presa di coscienza della "CITTÀ", pertanto, non significa affatto rinuncia ed immobilismo (atteggiamento passivo), al contrario, significa che va affrontata con creatività, non inseguendo i fenomeni ma con visioni del futuro (atteggiamento critico-creativo). A Bologna non si da oggi una visione.
Se vive è nell’essenza dinamica e rifiuta inesorabilmente le preordinazioni statiche (richiede immaginazione). Necessita non solo e non tanto le ri-cose (ri-qualificazioni, ri-strutturazioni, ri-usi, ...) ma anche cose nuove (nuove stazioni e nuove piazze - nuove metropolitane e nuovi quartieri - nuovi immigrati e nuovi lavori - nuove lotte e nuove speranze - nuovi problemi e nuove soluzioni - nuove sfide e nuovi uomini - ... "nuovi e non ri-nnovati").
Tutto questo non è strettamente "programmabile", piuttosto "immaginabile/idea-bile", ma "intercettabile" sempre solo sulla traiettoria della complessità e della processualità.
Il piano, pertanto, può governare processi (quelli sistemici ed evolutivi delle città e delle società contemporanee), per definizione, solo se anch’esso è processuale. In caso contrario "insegue" i mutamenti e, solo nei migliori casi, arriva a governare gli effetti dei processi ("l’urbanistica serve a gestire i fenomeni sociali" – dichiarazione del Sindaco di Bologna all’apertura del Forum in aprile).
I processi di cui parliamo hanno natura improvvisamente accelerativa, è storia ma anche cronaca, e pensare di inseguirli è folle utopia, si può solo pensare di anticiparli, con una visione del futuro.
La legge regionale è certamente rigida, quanto più possibile, pur all’interno della nuova impostazione PSC – POC – RUE. È poi timida sia a riguardo della concertazione (vagamente richiamata e lasciata alle volontà dei Comuni) sia del metodo perequativo (solo "metodo utilizzabile"). Ma come viene utilizzata dal Comune di Bologna?
In primo luogo, la reiterata e convinta asserzione da parte dell’A .C. di volersi attenere alla Legge Regionale, per quanto attiene alle modalità ed alle regole della pianificazione (atteggiamento non critico-scientifico ma pedissequamente e acriticamente passivo), nonché sostanzialmente al PTCP provinciale nel merito delle scelte, è indice di quel pensiero debole che immediatamente colleghiamo alle solite "occasioni perdute", delle quali Bologna è paradigma riconosciuto persino internazionalmente. E ciò non è veramente da tempo, almeno dagli anni novanta, in alcun modo confutabile.
Non è oramai da tempo noto e visibile a tutti che lo spirito di volontà richiede azioni autonome ed innovative?
I "NUOVI" PRINCIPI CUI INDEROGABILMENTE ATTENERSI NELLA PIANIFICAZIONE, SANCITI ANCHE RECENTEMENTE ADDIRITTURA A LIVELLO COSTITUZIONALE (E BEN PRIMA DA ORGANI INTERNAZIONALI COME UNESCO E CONSIGLIO EUROPEO – "PRINCIPI DECISIONALI DEMOCRATICI") SONO: SUSSIDIARIETÀ – EQUITÀ TERRITORIALE. Un’Amministrazione che non dovesse attenervisi sarebbe in grave errore. Attendiamo, ci attendiamo, che la sussidiarietà e l’equità, che operativamente si traducono in pianificazione partecipata e concertata, a fronte della contemporanea assunzione di maggiori possibilità e responsabilità di comuni e cittadini, siano praticate. Ad oggi, primi giorni di novembre 2005, a presentazioni del documento preliminare di PSC e forum conclusi, non è stato così. E, ciò che è peggio, a più riprese è stato verbalmente, ma pubblicamente, dichiarato da parte dell’A. C., nelle persone suoi rappresentanti istituzionali, che le scelte non saranno partecipate (lo stesso forum "serve" dichiaratamente ed esplicitamente a "con-di-vi-de-re" le scelte fatte dall’A. C.).
Diremo pertanto che in certo senso c’è stata partecipazione, certamente comunicazione ... ma non concertazione (sulle scelte).
Ed infatti, dal documento programmatico per il PSC: "La comunicazione e la consultazione (sottolineature nostre) saranno garantite dall’attivazione di un Forum su BOLOGNA CITTÀ CHE CAMBIA" ... a seguire di parla di "quadro condiviso".
L. R. 20/2000
ART. 14 (CONFERENZE E ACCORDI DI PIANIFICAZIONE), PUNTO 4:
"La Conferenza di Pianificazione realizza la concertazione con le associazioni economiche e sociali, chiamandole a concorrere alla definizione degli obiettivi e delle scelte strategiche individuati dal documento preliminare, acquisendone le valutazioni e le proposte"
LE ASSOCIAZIONI ECONOMICHE E SOCIALI TUTTE NON SONO STATE CHIAMATE IN CONFERENZA, È STATO LORO RICHIESTO UN DOCUMENTO DI VALUTAZIONE DEL PRELIMINARE (COMUNICAZIONE E PARTECIPAZIONE NON CONCERTAZIONE). LA REVISIONE DEL DOCUMENTO PRELIMINARE PORTERÀ AD UNA SUA FORMA DEFINITIVA DIVERSA DA QUELLA PROPOSTA AD OGGI, ALLA QUALE NON POSSONO COLLABORARE. IN QUESTA FASE È LA CONFERENZA, FATTA SOLO DA ISTITUZIONI, CHE DECIDE, OSSIA ESSA CHIUDE I LAVORI AVENDO DATO PUBBLICITÀ AL DOCUMENTO PRELIMINARE, MA POI RISCRIVENDOLO IN AUTONOMIA. IL COMUNE HA POI DICHIARATO CHE, SUCCESSIVAMENTE, SI CHIUDERÀ PER SEI MESI NELLE PROPRIE STANZE PER REDIGERE IL PSC.
"Il Comune di Bologna ha intrapreso – per l’elaborazione del PSC – un percorso partecipato e condiviso in rapporto con la Provincia, la Regione, le Associazioni Intercomunali e la Conferenza Metropolitana dei Sindaci in cui l’armonizzazione tra gli indirizzi del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale e la pianificazione comunale, divengono elementi qualificanti per giungere a un Accordo di Pianificazione."
QUI È BEN CHIARO (COME NEL PROSEGUO DEL DOCUMENTO): GLI UNICI PORTATORI D’INTERESSE SONO LE AMMINISTRAZIONI!
EQUITÀ è la parola chiave attorno alla quale si costruiscono il senso e persino l’etimologia della perequazione.
A nostro parere, la perequazione urbanistica non può essere considerata, però, uno dei tanti possibili strumenti di operatività del piano, ha infatti a che vedere con un concetto fondativo, appunto l’equità (lo zoning tradizionale premia alcuni e penalizza altri nella cosiddetta "lotteria del piano), che non è riducibile o traducibile altrimenti.
Diciamo subito che l’A. C. dichiara di vedere in esso "solo" uno strumento di "socializzazione della rendita fondiaria". Benché questa sia una valutazione anche corrente, tuttavia, non corrisponde al senso vero del concetto di perequazione. Essa non può essere considerata solo, ripetiamo, alla stregua di uno strumento di efficienza, un mezzo di attuazione del piano, una regola utile alla risoluzione di conflitti pubblico-privato, ancor peggio un mero strumento di compensazione fondiaria (che è quanto si deduce dall’unica frase che la riguarda sulla legge regionale); tutto ciò è riduttivo, ma, soprattutto, troppo semplicisticamente scarica il concetto di tutta la valenza istitutiva e fondativa, per farne un puro mezzo.
A noi pare un fine in quanto "principio", piuttosto che "uno" strumento.
Il vero obiettivo è amministrare in modo equo, e per farlo è necessario superare lo zoning.
Se la politica urbanistica è per aree di intervento limitate, limitatissime a fronte del carico insediativo comunque previsto, come ben chiaro oggi, è del tutto conseguente che siamo a definire modalità d’intervento che attengono alla condizione cosiddetta di "scarsità di suolo", da qui la necessaria densificazione.
Di per sé non certo negativa, anzi, ma se è una scelta ben precisa e cosciente, deve richiamare immediatamente le condizioni di fattibilità e di progettualità sue proprie, se invece non lo è, rischia di dar corso ad una stagione di errori progettuali.
Ragionare sul concetto di densità così come qui inquadrato aiuta anche a comprendere meglio alcune condizioni della contemporaneità e criticità inevase.
In sintesi estrema, la possibilità di applicare il concetto di densità porta a:
un superamento operativo-progettuale dello zoning monofunzionale, non solo per affiancamenti ma anche per sovrapposizioni (strati di usi diversi in verticale, vedi anche il pluriuso e la cronourbanistica nel capitolo dedicato all’housing);
un’alternativa alla ripetizione aggiuntiva orizzontale dei modelli insediativi tradizionali che inevitabilmente portano ad intasare ogni vuoto urbano;
una possibilità e sostenibilità di scelte progettuali anche demolitive;
recupero di spazi aperti e minor incidenza delle urbanizzazioni a rete, risparmio di mobilità;
ecologia programmatica;
infrastrutturazione creativa.



