14 Novembre 2005
Cattivi maestri e nuovi percorsi architettonici
Michael Speaks, ex-docente dello SCI-Arc, attacca senza timori reverenziali la cosiddetta “architettura critica”, ma sarebbe meglio dire i paladini delle iper-teorie di derivazione marxista, e le scuole d’architettura d’élite che le propagandano. In un articolo, After Theory, pubblicato sul numero di giugno di Architectural Record (pp. 72-5), il critico americano non ha peli sulla lingua quando accusa le cosiddette scuole d’élite di aver “... inibito lo sviluppo di forme alternative di pensiero.”
L’articolo benchè riferito alla situazione americana, si attaglia perfettamente anche alla situazione italiana.
Speaks, unitamente a Stan Allen di Field Operations, a Sylvia Lavin e Robert Somol docenti alla UCLA e Sarah Whiting docente alla Harvard Graduate School of Design costituisce un gruppo che George Baird chiama “post-critics” (sebbene Speaks rifiuti tale etichetta). Un gruppo che ha in comune, pur con differenti sfumature, l’avversione alla teoria architettonica tout-court. Lavin e Allen la ritengono ormai un retaggio storico assolutamente irrilevante nel contesto contemporaneo. Speaks è più puntuale e drastico “... la teoria non è solo irrilevante ma era e continua ad essere un impedimento allo sviluppo di una cultura dell’innovazione in campo architettonico.”
Mentre nell’attaccare le scuole di architettura si mantiene sul generico, anche se non è difficile individuare i soggetti dei suoi strali (la Graduate School of Design di Harvard e la Columbia University di New York su tutte), per quanto riguarda i profeti della Teoria fa due nomi e cognomi: Peter Eisenman e Michael Hayes. Il primo penso non abbia bisogno di presentazioni, mentre il secondo è professore di Teoria Architettonica alla Graduate School di Harvard ed è uno studioso di scuola marxista, quella, in particolare, che si riconosce negli scritti e nel pensiero di Manfredo Tafuri. Il padre di tutte le teorie marxiste sull’architettura.
L’approccio marxista, che, negli Stati Uniti, si è espresso principalmente attraverso le riviste Oppositions e Assemblage fondate e dirette rispettivamente da Eisenman e da Hayes, si fondava sul principio che l’architettura dovesse essere una forma di lotta al capitalismo e al corrotto libero mercato. L’unica via per una nuova architettura era dunque quella rivoluzionaria di un nuovo mitico ordine sociale che avrebbe portato il paradiso sulla terra. Una raccapricciante utopia che si è invece spappolata insieme al muro di Berlino, “...queste teorie d’avanguardia decisamente negative sono state rese irrilevanti dalla rapida modernizzazione e dal generale livellamento del mondo che ha iniziato a prendere forma nel passato decennio.” Questo discorso vale anche per l’Italia, con una sostanziale differenza. La differrenza sta nel fatto che la scuola marxista, in Italia, non è per niente irrilevante ma ancora egemone, nei media, nelle università, nelle corporazioni professionali, nelle istituzioni culturali. Stordita, incerottata, coperta di lividi, ma ancora gramscianamente egemone.
La critica di Speaks non si limita a liquidare il retaggio marxista, operazione di per sè non proibitiva, ma si spinge sino a mettere in discussione il principio illuminista dell’autonomia del pensiero rispetto al fare pratico o, meglio, il principio che la teoria possa guidare la pratica architettonica. “L’azione dipende così dalla scoperta o dalla declamazione di un sistema di verità o principi guida, anche se, come nel caso della teoria, la verità è che non c’è nessuna verità.”
Riviste come Oppositions e Assemblage si sono fatte carico di fornire all’“...avanguardia architettonica un programma intellettuale politicamente di sinistra che la abilitasse a resistere, a criticare e a proporre utopiche alternative al capitalismo e al libero mercato. Questa fantasia ha finalmente perso la sua attrazione e le sue connessioni con il mondo reale. La communità architettonica è rimasta a fronteggiare il futuro senza la guida di una saccente teoria d’avanguardia che ha dominato le scuole fin dagli anni ’70.”
In questo contesto, l’Italia fornisce una testimonianza di prim’ordine. Dalle farneticazioni di Mendini sull’“utopia di un'architettura comunista” intesa quale processo “... attraverso il quale le masse realizzano la formalizzazione e la gestione democratica e cosciente del proprio intorno vivibile (territorio, case, oggetti)...” e di cui il partito comunista avrebbe dovuto farsi promotore, al serrate le fila di Gravagnuolo, “la scelta tra l'adesione disincantata alla logica capitalistica o l'inserimento organico (in senso gramsciano) nella classe antagonista;” dalle snobbistiche liquidazioni dell'architettura organica come “pura allegoria della democrazia” di Branzi, alle allucinazioni di Aymonino sulle “esemplari città comuniste”, “... la città socialista rappresenterà il diverso, il nuovo, quando corrisponderà a modi diversi e nuovi di abitare, di lavorare di studiare ecc. ... le città socialiste saranno possibili - come già avvenne per quelle medievali o quelle barocche - solo e quando sarà raggiunta una sostanziale omogeneità sociale,” al cinico tatticismo operaista di Tafuri “e il problema non è nemmeno di contrapporre piani buoni a piani cattivi: caso mai, impiegando in ciò 'l'astuzia delle colombe' si tratterà di riuscire a leggere quali condizionamenti delle strutture di piano siano volta per volta congruenti con obiettivi contingenti di parte operaia”; questo il saccente “programma” degli intellettuali organici italiani degli anni ’70 che dilagava nelle facoltà di architettura e che trovò in Casabella una roboante cassa di risonanza. E guai a chi osava opporsi!
A distanza di trent’anni, i fedeli scudieri di quei cattivi, pessimi maestri sono saldamente in sella e non c’è verso di scalzarli. Quando la storia si è fatta carico di spazzare via il socialismo reale c’è stata una indecorosa corsa a distanziarsi, a cambiare etichetta, a riciclarsi, a rinnegarsi. Ma il DNA è quello che è e non c’è abiura che tenga. Cosa diceva in fondo Tafuri? Adattiamoci alla situazione, se oggi dobbiamo fare le colombe facciamo le colombe, domani si vedrà.
Che l’egemonia si trasformi spesso in norma di legge lo dimostra la gestione del patrimonio architettonico. Ci lamentiamo giorno e notte, sette giorni alla settimana sulle condizioni disastrose del nostro patrimonio architettonico, che è amministrato con norme che hanno recepito essenzialmente il pensiero di Argan, Calvesi e La Monica, cioè tre critici marxisti e che hanno avuto il supporto attivista di Cederna e Cervellati. Secondo costoro “tutto significa” “quindi tutto è degno di conservazione, che è la via più sicura per mandare tutto in malora. Infatti il catechismo non è servito a nulla se non a fornire alibi ai dittatori soprintendenziali. Isozaki a Firenze, Meier a Roma, per citare i nomi più famosi, hanno provato, recentemente, sulla loro pelle le prevaricazioni di questi umorali funzionari, così come lo provano tutti i santi giorni decine e decine di architetti meno noti. Ad ogni prevaricazione che si fa? Ci indignamo, protestiamo, firmiamo appelli, due righe sui giornali, sulle riviste e poi tutto come prima. Un rito trito e ritrito che non serve a nulla se non si aggredisce il problema alla radice.
Qualcuno minimizza o nega l’esistenza delll’egemonismo marxista attribuendo il tutto ad un gap generazionale. Il solito diversivo. Mario Galvagni, per fare un esempio, è decisamente più contemporaneo di tanti giovani rampanti. La malattia degli architetti italiani la diagnosticò, anni fa, lapidariamente Zevi: “Senilità precoce”. Altro che ricambio generazionale!
Se non è colpa dell’età allora deve essere colpa del mercato. Che, non a caso, è sempre stato il cavallo di battaglia degli intellettuali organici. Ma è il mercato che, nel bene e nel male, alimenta da sempre la cultura europea ed extraeuropea. Dai cavanserragli persiani all’hub di Yokohama, dalla Piazza delle Erbe a Les Halles, dalla via della seta alle freeway che innervano Los Angeles. Finora l’unica alternativa nota al mercato è lo statalismo poliziesco con il repertorio di spiazzi per le adunate oceaniche, le città proibite, i templi delle oligarchie, il gulag per gli incorreggibili.
Non parliamo poi del rapporto mercato/università. Con il 90% in mani statali o parastatali l’unico mercato che conoscono alla perfezione le università italiane è quello delle vacche.
In Italia mancano purtroppo gli Speaks, gli Allen, i Somol, le Lavin, le Whiting, cioè storici e critici privi di timori revenziali per le cariatidi del pensiero unico, critici disinibiti, sferzanti pronti a sfidare la palude accademica, professionale, istituzionale. Troppo preoccupati per la carriera accademica, troppo attenti a non scombinare equilibri politico/ideologici consolidati, troppo occupati a perpetuare i riti stantii di esclusivi salotti culturali, per avere il coraggio di regolare i conti con il retaggio marxista. Rarissime, quasi inesistenti le eccezioni. Non meraviglia quindi che gli studenti abbiano le idee alquanto confuse e pasticciate.
Liquidati perentoriamente i teorizzatori delle utopie comuniste, Speaks mette in chiaro che “...non abbiamo bisogno di una nuova ‘teoria’, abbiamo invece bisogno di una nuova impalcatura intellettuale che supporti l’innovazione, invece di inibirla.” Oggi i più interessanti indirizzi di sviluppo della ricerca architettonica non provengono dalle scuole di architettura ma dagli workshops e dai piccoli studi professionali dove grazie alle moderne tecnologie si sperimenta su modelli fino alla scala 1:1 che consentono di “vedere rapidamente i limiti del progetto e la complessità della sua realizzazione,” come afferma Sean Tracy di FACE, citato da Speaks. Basti qui ricordare, ad esempio, gli oltre sessanta modelli preparati da Gehry per la Disney Hall con l’ausilio di CATIA. “.... Gehry deve fronteggiare anche il gap tecnologico con l’industria delle costruzioni. Infatti mentre il suo studio è grado di disegnare, calcolare l’area, stabilire i costi di ogni singolo pezzo dell’edificio, sfruttando in pieno CATIA, le imprese subappaltatrici incaricate di produrre i pezzi per la Concert Hall non sono ancora in grado di far interagire i loro robots con CATIA che potrebbe trasmettere direttamente i dati del progetto senza bisogno di supporto cartaceo. Con la Disney Hall anche l’industria delle costruzione è costretta a mettersi rapidamente al passo con tempi. La Mortenson, impresa costruttrice, prima di avviare i lavori fa preparare modelli in 4-D, cioè le tre dimensioni canoniche più il tempo, per visualizzare in anticipo insieme alle imprese subappaltatrici i vari scenari della costruzione e prevedere eventuali problemi costruttivi. Un processo che consente di creare e ricreare continuamente il processo costruttivo dell’edificio nello spazio-tempo virtuale. È la prima applicazione, nel mondo delle costruzioni, di un simile procedimento completamente computerizzato.”
Un’altro interessante esempio è la Camera Obscura di ShoP a Greenport, New York, una struttura progettata a realizzata in pezzi pre-tagliati e pre-testati con il contributo di imprese esterne allo studio.
Un processo di progetto/costruzione che possiamo far risalire ai plastici di Michelangelo o al plastico di Brunelleschi per la cupola di Santa Maria del Fiore. Processo ripreso, in epoca moderna, da Charles e Ray Eames per la realizzazione, negli anni ’50, della loro celebre casa/studio di Pacific Palisades a Los Angeles.
Questo metodo contemporaneo di ricerca, che l’autore chiama spread-sheet, “...è una forma di pensare-facendo che crea conoscenza progettuale, o ‘intelligenza progettuale’... attraverso il progetto di un prototipo.” Questo metodo consente il test del prototipo, la riprogettazione, in modo rapido, economico e la valutazione di un ampio raggio di possibili alternative in cui il cliente ha la possibilità di essere attivamente e creativamente coinvolto. “Il processo progettuale è diventato egli stesso un processo di creazione del sapere,” sostiene Alejandro Zaera-Polo. Un innovativo processo di interazione tra pensiero e azione, progetto e costruzione, prototipo e edificio. Gli studi di architettura sono ormai un mix di architetti, esperti finanziari, costruttori, managers. Con un ulteriore elemento di novità, spesso i progetti sono frutto di collaborazioni tra studi dislocati in differenti punti del globo che comunicano via internet. Uno dei primi esempi che ha portato all’attenzione internazionale questo modo nuovo di esercitare la professione è la Korean Presbyterian Church in Queens progettata in collaborazione tra Douglas Garofalo di Chicago, Greg Lynn di Los Angeles, e Michael McInturf di Cincinnati.
“Le scuole dovrebbero imparare la lezione insegnata nei piccoli, modesti workshops dei loro giovani insegnanti e amici; e rapidamente, prima che un’altra avanguardia offra i suoi allettanti servizi e noi tutti finiamo per essere minacciati ancora una volta da una nuova versione di una nuova verità che ci porterà fuori strada. Come è già accaduto nel passato.”
Le università di massa italiane non hanno nulla da imparare e non c’è avanguardia che le possa allettare: sono da tempo immemorabile beatamente sprofondate in quel baratro che Speaks paventa oggi per le scuole di architettura d’élite americane.
LINKS:
http://www.wired.com/wired/images.html?issue=12.11&topic=gehry&img=3 per la Camera Obscura di ShoP
http://garofalo.a-node.net/kpcny.html per la Korean Presbyterian Church di Lynn e altri.



