Anche oggi il mondo comincia

Mi preme qui oggi come l’anno passato, cercare di affrontare le problematiche del mondo universitario e degli studenti senza ripercorrere la solita serie di luoghi comuni affiancata dalla lista della spesa di aspetti positivi e negativi, preferendo proporvi una serie di riflessioni e di analisi da fare assieme e che possano aprire un civile dibattito fra le varie componenti universitarie, la città, le altre università, le forze politiche.

La situazione universitaria italiana
Su questo argomento è facile ripetersi indugiando sullo stato pietoso in cui versano molte facoltà universitarie italiane, ma non sarebbe corretto affrontare questo discorso senza sottolineare i profondi cambiamenti che hanno attraversato le università dagli anni settanta ad oggi mutando il loro assetto da università di massa a luoghi che ora, sulla linea di un processo opposto, stanno diventando licei a bacino regionale se non provinciale. Negli anni ottanta poi, sono salite in cattedra decine di mediocri, come Manfredo Tafuri ebbe modo di denunciare nella sua ultima intervista, facendo cadere il dibattito in un vuoto di autoreferenzialità

Alcuni aspetti del cambiamento fortunatamente sono stati anche positivi, soprattutto se confrontiamo i dati con quelli passati: non esiste università da allora che non abbia migliorato i servizi, ampliato l’offerta formativa, e che non abbia diminuito il numero di fuoricorso e di abbandoni degli studi. Si è fatto anche un altro passo in avanti sulla via dell’internazionalizzazione con i programmi Socrates-Erasmus. E la generazione che iniziò con le borse di studio all’estero sta iniziando a dare i suoi visibili frutti.

Ma se arriviamo più velocemente all’oggi ci accorgeremo in questo presente di una situazione per certi versi stazionaria soprattutto sul fronte dei cambiamenti culturali e di pensiero, mentre attivissima sul fronte delle riforme e dei regolamenti, in altre parole della burocrazia. In questi ultimi anni sono nati centinaia di corsi di laurea simili a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro, e sembrerebbe col solo scopo di moltiplicare le cattedre, di lanciarsi a capofitto verso scommesse con sfumature manageriali che non rispecchiano propriamente “la missione dell’università”, su cui si è felicemente interrogato Josè Ortega nel lontano 1917.

In questi termini vanno inquadrate le aperture di corsi post-graduate e di master universitari, resi sempre più necessari da questo sistema che stiamo creando, preoccupato di riconoscere crediti e titoli, più che una reale formazione, senza adeguatamente considerare gli aspetti socio-economici di tali scelte che spesso vanno a scapito delle fasce più deboli.

A questi problemi si aggiunge il disprezzo e la sufficienza con cui l’attuale classe politica al governo ha trattato gli importanti e scottanti temi della ricerca scientifica e dell’università. Molte università risultano così livellate su politiche da “azienda” e sull’abbassamento culturale che ne consegue. Inoltre, come ho avuto modo di constatare di persona, ormai da diversi anni, i tanti buoni propositi delle camere da riunione, venuti fuori da ore di noia mortale e in cui a volte è evidente l’incapacità di focalizzare i problemi reali, spesso rimangono sulla carta e si tramutano in nulla di fatto.

Altro triste aspetto è rappresentato dall’andamento dei concorsi del personale docente che segue logiche di scambi di favori tra le varie sedi, per non dire personali, con ovvie conseguenze di sbarramento all’ingresso di persone preparate e nuove, anche se non necessariamente giovani. E’ curioso come quest’anno abbiamo tutti denunciato le nostre perplessità sulla riforma dello stato giuridico per il reclutamento dei professori universitari, che precarizza il ruolo dei ricercatori, senza però contestare l’attuale andamento nell’organizzazione dei concorsi e della ricerca che risultano inaccessibili alle persone realmente motivate, a meno che non abbiano forti protezioni baronali e spinte accademiche. Ma andiamo avanti.

Qui Università Iuav di Venezia
Arrivando a noi bisogna riconoscere che la situazione sul fronte servizi, e non solo, è più rosea rispetto ad altre università. Ma c’è ancora tanto da fare, e credo sia utile in questa sede analizzare e fare proposte, nel “realistico” ma “generalistico” quadro sopra descritto. Innanzitutto vorrei chiarire e definire meglio il mio punto di vista sull’internazionalizzazione e i visiting professor. Sulla scia di un’esperienza positiva sviluppata con i workshop di fine anno, la facoltà di architettura si è finalmente aperta all’esterno chiamando personalità del mondo accademico e architetti emergenti nella pratica professionale. Credo che questa sperimentazione sia da proseguire e ampliare oltre l’episodico evento dei workshop.

In altre parole lo stimolo che vorrei dare è quello a far nascere una seria riflessione tesa a chiarire e definire meglio i ruoli del personale docente stabilizzato e a contratto. Dovrà finire l’improvvisazione nella programmazione didattica e spero che non si parli più di nascita di corsi di laurea o di facoltà al mitico costo zero, che come si è ben capito non esiste. Se davvero l’Iuav vorrà migliorare, e risolvere anche il problema della sua “anzianità”, prossimamente sarà chiamato a fare scelte coraggiose.

Ma cerchiamo intanto di percorrere assieme un ragionamento sui temi appena introdotti che ci condurrà a considerazioni più ampie in materia di bilancio e politiche d’ateneo. Attualmente pensare di attivare contratti d’insegnamento d’eccellenza, in una situazione non rosea, è pura utopia a causa delle “ristrettezze economiche” in cui versiamo. Queste “ristrettezze”, comuni ad altre università, si sono determinate per quattro principali motivi:

  1. la progressiva uscita dall’università di diverse migliaia di fuoricorso laureatisi, che attraverso la tassazione contribuivano sostanziosamente alle entrate d’ateneo;

  2. la nascita delle altre due facoltà (pianificazione del territorio e design e arti), che tuttavia hanno portato un valore aggiunto al nostro ateneo;

  3. i tagli sul fondo di funzionamento ordinario (che in realtà complessivamente è continuato a crescere di anno in anno) per il contenimento delle spese primarie di gestione;

  4. l’impegno dell’università volto a pagare gli scatti stipendiali, in primis del personale docente. Questi aumenti “dovuti” sono stati generati da una politica di legittimazione e riconoscimento dei risultati ottenuti dai docenti nei vari concorsi universitari, svolti in sedi remote e vicine, con la speranza che la differenza delle risorse da impegnare fosse pagata dal ministero del tesoro. Così non è stato.

Facendo fronte a questi problemi la soluzione più facile, si intuisce e se ne parla da diverso tempo, è mettere nuovamente mano al sistema della tassazione studentesca. Tale sistema, necessita di una revisione affinché diventi un modello più equo e più giusto, ma bisogna fare attenzione a scelte che abbiano come scopo solo l’aumento della tassa; tali scelte infatti risultano le più ingiuste dal punto di vista sociale, poiché incidono maggiormente sulle fasce più deboli, soprattutto in una situazione in cui sono pochi quelli che richiedono la riduzione e in cui non si riescono neppure a coprire per intero la totalità degli idonei alla borsa di studio. A un eventuale aumento della tassazione dovrebbe corrispondere, per logica, un potenziamento delle risorse al diritto allo studio e dei servizi d’ateneo oltre a un aumento della qualità della didattica. Ma probabilmente le risorse derivanti da una nuova tassazione, solo in minima parte verrebbero gestite così come prospettato, ed è facile capire che dovrebbero in larga misura far fronte ai problemi sopra elencati.

A questo apparente vicolo cieco per il reperimento di risorse (escludendo i non sempre sicuri sovvenzionamenti da parte di privati) sembrerebbe non esserci alternativa, ma forse la soluzione si potrebbe proprio cercare nei tanti docenti più anziani e con più esperienza, che hanno già dato tanto a questa scuola e che potrebbero fare un ulteriore sforzo rinunciando al prolungamento del servizio o optando per un prepensionamento: in questo modo si potrebbero liberare a bilancio preziose risorse da reimpiegare in nuovi e più dignitosi contratti biennali o triennali (non annuali come oggi accade) nei confronti di giovani o di personalità italiane e straniere di chiara fama, a cui potrebbe essere affidata una cattedra d’eccellenza intitolata, per esempio, a Giuseppe Samonà o a Carlo Scarpa. Naturalmente i docenti con più esperienza potranno continuare l’insegnamento fin quando vorranno, e potranno affiancare e guidare le nuove leve attraverso contratti d’insegnamento che nessuno, ne sono sicuro, gli negherebbe, in un vero e attivo processo di lascito e di confronto.

Il confronto è quello che noi chiediamo: vogliamo docenti attivi, che sfruttino le possibilità degli scambi internazionali tra docenti, che ci coinvolgano nel dibattito, che siano pronti a confrontarsi con i colleghi di altre scuole e di altre generazioni. Un ateneo senza pregiudizi o “antipatie” culturali che si ponga come concretamente “diverso” nelle idee e nella pratica, capace di raccogliere un coacervo di forze differenti e varie, mai omologate o autoreferenziali.

Qualche problema

  1. La riforma, come tutti sappiamo, ha introdotto la pratica dei corsi di laurea 3+2, lasciando aperta una serie di dubbi sulla sua applicazione. Entrambi i titoli, sia quello intermedio che quello finale, permettono l’iscrizione all’albo nelle rispettive categorie di qualifica e appartenenza; tuttavia non sono state ben chiarite dalla legge le differenti e ambigue competenze che spettano alla nuova figura professionale del laureato triennale. E’ per questo motivo che forze reazionarie stanno spingendo per l’abolizione del sistema 3+2, col solo fine di tornare indietro, senza però capire che si andrebbe a perdere anche quanto di positivo è stato fatto in favore della qualità della didattica soprattutto nei bienni di laurea specialistica.

  2. Il fenomeno della moltiplicazione dei corsi di laurea ha avuto come suo corrispettivo “in piccolo” la moltiplicazione dei moduli didattici che gli studenti frequentano. Questo ha comportato l’aumento del carico didattico frontale che non sempre ha trovato “integrazione” in laboratori funzionanti in cui sarebbe utile accorpare le varie materie per sperimentare assieme e alleviare lo studente da snervanti giornate di passiva frequentazione di corsi, dopo le quali difficilmente riuscirà ad approfondire gli argomenti trattati a lezione. Bisognerebbe essere pratici e saper trarre l’essenza delle varie discipline da fondere assieme. Questo suggerisce Franco Levi, insignito di una laurea honoris causa proprio qui all’Iuav, ricordando gli iniziali, difficili momenti della sua esistenza e carriera professionale, alla luce della guerra e delle persecuzioni razziali: “chi per un così lungo periodo ha dovuto lottare per sopravvivere, quando riprende il lavoro di ricerca in condizioni normali non può non essere inguaribilmente pragmatico. Ora, la scienza delle costruzioni e la teoria del cemento armato sono bensì materie astratte, e molti studiosi le concepiscono e praticano soltanto come tali. Chi ha subito il marchio delle contingenze terrene è però soprattutto attratto dai fini concreti che le sottendono”. E questi fini concreti dovrebbero essere insegnati soprattutto per quel che riguarda le materie più ostiche.

  3. Sul fronte della residenzialità in questi ultimi anni non è stato fatto nulla o poco. Gli studenti universitari sono visti con sospetto dai residenti, che non tengono presente l’indotto generato dal mercato degli affitti e dalle spese sostenute dagli studenti per vivere in questa città morente. Di fatto sono ormai gli unici a tenerla viva, ma Venezia sembra rifiutare loro questa importante ospitalità; basta vedere gli ultimi provvedimenti punitivi e restrittivi in materia di ordine pubblico e le difficoltà a trovare alloggi dagli studenti e a reperire spazi, da parte di gruppi e associazioni. Forse bisogna ripartire proprio dall’università, stimolando il dibattito con l’amministrazione comunale; bisogna ripartire da questa aula che noi vogliamo pubblica e sociale, aperta al dibattito e all’incontro, non solo alla didattica o alla rappresentanza istituzionale.

Per ricordare e andare avanti
Mi avvio a concludere, e voglio tenere per un attimo i problemi universitari sullo sfondo in favore di una riflessione più generale sulla società e il ruolo dell’università, che non può e non deve tralasciare i contenuti morali dell’insegnamento in favore delle contingenze pratiche. Come dicevo prima, ripartirei proprio da quest’aula, ricordando a tutti la frase di Gramsci, che trent’anni fa fu posta a suggello di questa sala: "Istruitevi poichè avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza". Evidentemente questa frase "va intesa non come un appello paternalistico alla componente studentesca, ma come impegno per tutti a capire i compiti cui siamo chiamati a dare una risposta positiva". Ho voluto riprendere esattamente le parole di commento alla frase che Carlo Aymonino, ex direttore di questa scuola, volle fare in occasione del trentennale della liberazione dalla dittatura nazi-fascista: da quel giorno infatti sono passati altri trent’anni esatti, e quindi ricorrono in questo mese i sessant’anni di quell’evento.

L’aula magna allora fu allestita appositamente per l’occasione del 25 aprile, con un coordinamento di Carlo Scarpa, dalle opere di Vittorio Basaglia, Mario De Luigi, Alberto Gianquinto, Armando Pizzinato ed Emilio Vedova. Solo l’incuria e il tempo hanno fatto sì che non fosse più vivo e sentito il significato delle foto dei partigiani che sfilano a piazza San Marco e delle varie opere d’arte sciattamente adagiate su qualche muro o finite in deposito e prive di adeguata collocazione. Ma spero che in una futura sistemazione dei Tolentini si possa tener conto anche di questi ricordi. Questo lo auguro non solo per ricordare, ma anche per andare avanti. Bisogna tenere presente l’insegnamento della Resistenza, questo grande e democratico spazio aperto collettivo, soprattutto alla luce di quanto gli studenti di questo ateneo saranno chiamati a fare, operando la costruzione materiale e la modificazione del paesaggio, delle città e dei prodotti d’uso quotidiano del nostro futuro.

Le scelte progettuali incidono in maniera fatidica anche sulle politiche dei nostri governi e dei potenti del mondo, che senza saper guardare all’insegnamento del passato, in un vortice di consumismo e di sprechi, si arrogano il diritto di fare guerre per la conquista del potere e delle fonti energetiche. Progettare prestando attenzione a queste tematiche vuol dire anche sapersi porre positivamente in ruolo costruttivo del futuro, tenendo conto appunto che progettare senza considerare la sostenibilità, l’eco-compatibilità e le risorse rinnovabili significa anche dare spazio all’inquinamento, alle guerre e alle dittature per la conquista del petrolio. Non a caso gli Stati Uniti d’America risultano cosÏ attivi sul fronte della produzione scientifica, proprio perché il loro sistema produttivo e di ricerca, con cui anche noi spesso ci valutiamo, non considera affatto queste problematiche a cui noi oggi siamo chiamati necessariamente a dare seguito affinché cessino le guerre, questo orrore.

Da poco ho finito di leggere le “Ultime lettere da Stalingrado” che i soldati tedeschi scrissero alla fine del 1942 dalle lontane rive del Volga ai loro cari, poco prima della disfatta. Una testimonianza d’eccezione: non sono le lettere di condannati a morte poiché manca la certezza formale della condanna e la destinazione individuale della morte, ma in esse si aprono scioccanti riflessioni sui temi della morte e dell’amore, della guerra e della politica, e sull’esistenza di Dio. Ve ne propongo due brevi passi: "[…] la morte doveva sempre essere eroica, entusiasmante, trascinatrice, per un fine grande, e convincente. In realtà, qui, cos’è? Un crepare, un morire di fame, di gelo, nient’altro che un fatto biologico, come il mangiare e il bere […]".

"[…] Sono profondamente sconvolto e dubito veramente di tutto. Un tempo ero fiducioso e forte, ora sono piccolo e sfiduciato. Non capirò molto di quello che succede qui, ma il poco a cui prendo parte è già tanto da non poterlo mandar giù. Non mi si può far credere che i camerati muoiano con sulle labbra la parola: “Deutschland” o “Heil Hitler”. Si muore, questo sì, non si può negarlo: ma l’ultima parola è per la mamma o per la persona più cara, oppure è solo un grido d’aiuto […]".

Ho voluto riportare queste parole di un giovanissimo ufficiale della Hitlerjungend, per la loro triste umanità e concretezza, non sono certo le parole di un esaltato o di un barbaro o di un sanguinario. Credo che descrivano bene la ferocia della guerra, e come di queste testimonianze non ne sia vivo il ricordo.

Forse vi chiederete come mai stia parlando di queste cose, ma ritengo che dall’università, dalla cultura, si possa trarre il coraggio artistico da saldare a quello civile per contribuire alla società e impegnarsi a modificarla. E che ci sia di memoria, nella dialettica della storia densa di scarti e aritmie tra cultura e politica, il momento in cui la cultura fonde con la politica, che è il momento dei grandi eventi rivoluzionari, come diceva Elio Vittorini. Forse è proprio questo l’insegnamento che possiamo trarre dalla storia di Giorgio Labò, studente di architettura, fucilato dai nazisti sugli spalti di Forte Bravetta, nel tetro scenario della clandestinità, della prigionia, delle torture, della Roma città aperta.

Franco Calamandrei lo ricorda in commovente articolo apparso sull’“Unità” nel non troppo lontano marzo del 1969: “[…] Se qualche volta (ritrovandomi spesso con lui nel rifugio notturno fornitoci dal partito) vedevo in Giorgio una consapevolezza, ed un certo orgoglio, di quel suo operare in prima linea e contribuire a lasciare un segno immediato nelle file del nemico, non si trattava però mai di infatuazione, di abbaglio avventuristico, di perdita del rapporto fra il suo proprio compito di avanguardia e la battaglia generale. Al contrario, si avvertiva in lui molto responsabile e esatto – quasi ve lo avessero predisposto i suoi studi di costruttore – il senso della complessità e vastità della lotta in cui aveva scelto di militare, il senso dei collegamenti di massa e unitari sui quali la lotta si fondava, e sulla base dei quali la santabarbara dove egli lavorava era non un nido isolato di dinamitardi ma un avamposto in una guerra di popolo […]”. Oggi anche grazie al sacrificio di Giorgio Labò possiamo parlare assieme e dare il nostro contributo in una società democratica. A Giorgio dedico questo mio intervento.

Non vado oltre con queste “memorie” e concludo rivolgendo il pensiero alle famose parole di Le Corbusier “contro tutti coloro che, con tutta la ferocia del loro odio, della loro fifa, della loro pochezza di spirito, della loro mancanza di vitalità, stanno adoperandosi con nefasto accanimento nel distruggere o nel combattere ciò che vi è di più bello… in questa epoca: lo spirito di invenzione, il coraggio e il genio creatore particolarmente impegnato nel campo del costruire realtà in cui coesistono ragione e poesia, in cui sono alleati sapienza e coraggio. Quando le cattedrali erano bianche, l’Europa aveva organizzato le arti e i mestieri dietro la spinta imperativa di una tecnica completamente nuova, prodigiosa, pazzamente temeraria e il cui impegno portava a sistemi di forme impreviste – in realtà a forme per le quali l’intelligenza sdegnava l’eredità di millenni di tradizione, e non esitava a proiettare la civiltà verso un’avventura ignota [...] Le cattedrali erano bianche perché erano nuove. Erano nuove le città”. (Vorrei solo ricordare, per sfatare l'apparenza di queste parole di Le Corbusier, che esse non si riferiscono ad uno scenario post-bellico, bensì ad un viaggio che l'architetto fece nel '37 alla volta di New York e dell'America in cui ebbe modo di riflettere criticamente su un modello meccanicistico e ripetitivo di costruzione delle città, che non erano "radiose" come lui avrebbe voluto. In questo senso il significato tristemente profetico e allusivo alla ricostruzione, al quale saremmo portati a pensare, va sostituito con quello sempre valido della mentalità moderna). Speriamo e cerchiamo di progettare un futuro ricordandoci queste parole: "Anche oggi il mondo comincia".

La cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico 2004/2005 si è tenuta nel mese di aprile 2005 nell'aula magna dello Iuav - S. Croce 191 - con questo programma:

  • relazione del rettore prof. Marino Folin

  • intervento di Luca Guido presidente del senato degli studenti

  • prolusione del prof. Carlo Magnani "tracce di città futura"

  • intervento di Anna Maria Artoni presidente dei giovani imprenditori italiani

  • cerimonia laurea honoris causa a Licinio Ferretti

  • laudatio del prof. Luigi Di Prinzio

  • Licinio Ferretti lectio magistralis