09 Agosto 2005
Essendo, nell’eterno divenire
Come vivere bene (ed essere felici) senza l’ossessione dell’identità
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
(Eugenio Montale)
...fuggi da ciò che è foggiato verso i regni
indefiniti delle forme possibili.
(J. Wolfgang Goethe)
Rifiuto, come sempre, il discorso sano, quello che imporrebbe di scegliere tra i due elementi dell’alternativa, la riuscita o il fallimento, la vittoria o la sconfitta; scelgo invece, ostinatamente, di non scegliere: io continuo.
Prendo ad esempio la Sicilia. L’epoca d’oro, è certo, sono gli anni normanni, sia che s’intenda conclusa con la morte di Guglielmo II d’Altavilla sia con quella dell’erede normanno-svevo Federico II. In ogni caso, la prima metà del XII secolo non avrà pari per ricchezza, per forza, per influenza. I normanni oggi si direbbero un po’ danesi e un po’ svedesi, emigrati sulle coste della Francia carolingia che attraversano per rapide scorrerie, facile preda di un impero che stenta a consolidarsi; pagati dai novelli monarchi Capetingi per tenerli lontani da Parigi, si stabilizzano in Normandia. Calmati dalla cristianizzazione, ma non paghi. Fondano Kiev, si accampano sotto le mura di Costantinopoli, vincono la battaglia di Hastings e rifondano l’Inghilterra, influenzano il carattere dei francesi d’oggi, e, pochissimi, cambiano sede: il meridione d’Italia è il loro nuovo Eden. Anzi, dall’entroterra salernitano Ruggero I vede la Sicilia come il vero Eden, luogo senza pari per terra e mare, paradiso agricolo, commerciale, politico (cioè militare). Alternativamente contro il Papa e a favore, contro l’imperatore e a favore, contro i Saraceni e i Bizantini e a favore, ma per certo sempre a favore loro. Entrano in Sicilia ufficialmente per difendere un emiro, lo assassinano e si prendono il resto, in trent’anni di battaglie: Palermo, Noto, Bufera. Ma continuano ad essere pochi, non s’illudono di cambiare le strutture amministrative che trovano e mantengono arabe, dopo che già gli arabi si erano mostrati disponibili con le culture precedenti e preesistenti. Pare evidente che non la tolleranza ma la convivenza renda possibile il persistere della situazione. E già questi arabi siciliani erano originari del Magreb orientale, colto regno Fatimida, commerciante per vocazione. Questo caso fecondo genera in Sicilia una cultura artistica e letteraria profonda e condivisa. Come si vive bene nelle architetture arabe! In questi cubi posati tra specchi d’acqua e giardini artificiali e mitici, val la pena di organizzare un sincretismo a riassumere il meglio del Mediterraneo: dagli arabi lo stile di vita, dai bizantini lo stile religioso. Valga l’esempio di Giorgio d’Antiochia, l’architetto di Ruggero II: un siriano cristiano culturalmente arabo, che nel suo lavoro sa usare precisamente l’arco siriano, l’ogiva araba (che pochi anni dopo diventa gotica nell’Europa continentale) e la cultura ieratica bizantina. Ancora: la stele funeraria conservata alla Zisa, a Palermo, è iscritta nelle quattro lingue ufficiali: ebraico, arabo, greco e latino: era il 1148. Braudel lo chiamerebbe «polline culturale».
Studiare la cultura architettonica arabo-normanna significa quindi cercare il senso dell’essenza del molteplice dialogante da cui è nata, che ha permesso lo svolgersi delle possibilità proprie; significa capirne i nessi e leggerne gli scivolamenti, le traslazioni e le trasformazioni dei caratteri. I caratteri esistono, certo; gli stili e i linguaggi non sono trascurabili, ma si trasformano continuamente: al loro interno in funzione dei loro contenuti e delle loro qualità e al loro esterno in funzione delle dinamiche di costruzione della forma.
È noto come nell’arte il rapporto tra linguaggio e rappresentazione sia molto più ambiguo di quanto si creda: per quasi 900 anni si è continuato a confondere l’immagine di Maria con Venere; molti storici hanno dimostrato come fino al primo Settecento la continuità stilistica tra tardo impero e romanico abbia molto confuso la distinzione tra battisteri romanici e templi tardo romani (pagani) nella Francia meridionale; nella cappella palatina d’Aquisgrana arrivano, attraverso le reinterpretazioni ravennate, i prototipi tipologici bizantini; la basilica palladiana di Vicenza, il tempio malatestiano di Rimini, la cattedrale di Winchester sono rivestimenti d’edifici preesistenti; l’utilizzo d’elementi monumentali o decorativi prelevati da contesti diversi è una costante, oppure si veda la fortuna del palladianesimo nel Sette-ottecento statunitense. Gli esempi non si contano, quel che conta è che si è antistorici con i materiali della storia.
Se al binomio linguaggio-rappresentazione si aggiunge una variabile a scelta tra gruppo sociale e territorio la questione pare assumere davvero le tinte dell’inestricabilità. Come assegnare identità certa e definita allo stile neoclassico, se contemporaneamente incarna istanze conservatrici a Pietroburgo e riformatrici a Parigi, finalità monumentali a Berlino e domestiche nel Biedermeier viennese? Non pare possibile andare oltre l’affermazione che una certa pratica delle forme possa rappresentare i valori di un’epoca, che subito questa forma si rende permeabile alle nuove suppliche delle mutate condizioni. Le forme, quindi, non sono né semplicemente trasparenti al reale né possiedono caratteristiche formali che le rendano dotate di significato in sé. Realismo e naturalismo, imitazione, mimesi, realismo pedagogico medievale, arte dall’arte, critica o espressione sociale: in tutte le varie forme retoriche di linguaggio è innegabile che il reale sia il centro del materiale rappresentato dalle forme, anche quando ad essere rappresentato è l’inafferrabile, cioè l’irreale. Soprattutto questa volontà di distacco, operata con l’intuizione duchampiana, pone la permanenza dell’artista e della sua volontà come unico attore dell’opera, sullo sfondo del progressivo distacco dall’esperienza.
Scontato che ogni autobiografia è immaginaria, si assiste impotenti all’indebolimento della dialettica tra mutamento e permanenza, in particolare all’arretramento della permanenza a causa della fortissima accelerazione consentita ed imposta dalla tecnica alle possibilità del cambiamento; ma se una cosa è rendere l’universalità strutturalmente impossibile attraverso la costruzione dell’identità (Levi Strass), altra cosa è quella che si sta delineando in questi anni e che sta facendo correre molti verso una frettolosa definizione dell’identità, vale a dire quella dell’auto-imposizione della ripetizione, scambiata per il ritmo, per la sequenza, vuoto vessillo confuso per la regola, che, al contrario, fondandosi sulla possibilità dell’articolazione, comprende le eccezioni. La ripetizione, si regge sull’ubbidienza al modello e, nella versione liberista, porta all’uniformità passando attraverso l’assenza di regole (per completezza si precisa che nella versione socialista si arriva all’uniformità attraverso la normalizzazione di Stato, in cui tutto è regola; ma questa versione si è ormai disinteressata di sé da sé). Ma il mutamento deve avvenire come modificazione degli stati attraverso la mediazione della presenza, quello che Harold Bloom chiama il «Canone occidentale», cioè l’ipotesi deve muovere dalla condizione, per non cadere, altrimenti, nella fantasia come stravaganza fine a sé stessa. Dato per scontato un altro paradosso e accettato con fiducia che tutto avvenga nel tempo cronos, e non nel tempo aion allorché l’irripetibilità dell’atto, e non dell’azione, renderebbe vano ogni progetto, come chiaramente dimostrato da Carmelo Bene, dando spettacolo o-sceno di sé.
L’identità è un’astrazione, una costruzione, una definizione che traiamo dal flusso indistinto, necessario e inevitabile del reale, a volte decidendo, secondo il nostro interesse, che un fenomeno sia irripetibile, a volte appartenente a categorie, esercitandovi quella violenza irrinunciabile che per noi è salvezza dal flusso del mutamento.
A volte si teme che anche la libertà insita nelle regole degeneri in licenza, come van dicendo i reazionari d’ogni risma, difensori della visione essenzialista dell’identità, garantita dall’organizzazione ontologica della realtà. Chissà quali licenze si concedono, questi nichilisti. I critici sembrano atterriti dalla mancanza di riferimenti assoluti; mancano le mura, si dice, dimenticando che Uruk, la prima città, occidentale paradigma, deve invece le sue mura a Gilgamesh, sumero, ateo per eccellenza, che gettò gli dei nel «vuoto lucente» della mente, un po’ prima di Voltaire e di Nietzsche: ogni epoca ha i suoi nichilisti.
Al contrario non il nichilismo, che in fondo non è che un valido metodo (Hegel) o il divenire stesso (Vattimo), ma il liberismo più sfrenato emancipa da ogni vincolo, imprimendo ad ogni linguaggio l’inesorabile accelerazione dissolutiva, come testimoniano le periferie, nuovo archetipo della tendenza disgregativa della città, consumatrice di suolo come mai prima, liberata dall’aspirazione di costruire spazio, né pubblico né privato, apre la strada all’informe, reazione sia alle regole dei vari codici che all’imprevedibilità del divenire.
L’identità è necessaria, come la regola, ma pare che le reazioni opposte alla spinta dissolutrice delle possibilità della tecnica (intesa come supremo agire dell’uomo) si ricongiungano portando allo stesso risultato: i veri no-global, conservatori e cercatori di rigide definizioni identitarie localistiche, vanno a braccetto con i liberisti più radicali. Credere ad ogni costo alle proprie forme identitarie fino alla purezza, perché questo cuore cristallino immaginario ed immaginifico è il vero telos, ha prodotto i più terribili disastri.
Ciò che oggi pare tanto difficile è riprovare a non intendere il processo di auto-identificazione come ripetizione ma come differenza da ciò che non si è, da non confondere con ciò che non si è stato, che è solo un resto; come sapevano i normanni.
In ogni caso sembra necessario accettare con fiducia che da questo gioco della simulazione non ci sia via d’uscita. Ciò rimarrà un enigma che non potrò mai risolvere.



