Giovanni Klaus Koenig, eredità in una frase

Il 2004 è un anno ricco di eventi per l’architettura. Lo scorso 18 aprile si sono aperte a Como le celebrazioni per il centenario della nascita di Giuseppe Terragni. Diversi eventi culturali si sono svolti a Genova, capitale della cultura per il 2004, come la grande mostra di Renzo Piano. Il 12 settembre si è inaugura la nona Biennale di architettura di Venezia diretta da Kurt Foster e dedicata al tema della Metamorfosi. Ma il 2004 segna anche un evento meno noto che merita egualmente di essere ricordato: l’ottantesimo anniversario della nascita di Giovanni Klaus Koenig (1924–1989), indiscusso protagonista della cultura italiana del secolo scorso e, nello specifico, uno dei più acuti critici di architettura. Certo, l’anniversario della nascita è un pretesto, in fondo un’utile coincidenza per riaprire uno scambio, oggi interrotto, con uno dei maggiori critici italiani.

Gianni Koenig era nato a Torino, ma si laurea a Firenze in architettura e si forma in quell’irripetibile atmosfera culturale della Firenze del dopoguerra. Allievo di Giovanni Michelucci e del giovanissimo Leonardo Ricci, Koenig mostra fin da ragazzo interesse per una pluralità di discipline, in particolar modo per la musica, il cinema, il teatro, la grafica, la fotografia. Curioso, intraprendente e appassionato comincia presto a immergersi nell’ambiente culturale fiorentino assieme ad altri studenti suoi coetanei, con quell’insaziabile, energico spirito giovanile di quella generazione, ed oggi sempre più assente tra gli studenti universitari. Inizia giovanissimo l’attività di architetto, affiancando Leonardo Ricci nella travolgente avventura del villaggio di Monterinaldi a Firenze e nell’ampliamento del villaggio Valdese di Agàpe, presso Praly-Pinerolo. Quest’ultimo aspetto è molto importante per afferrare alcuni parametri della sua critica e per comprendere come essa non sia mai staccata dalla pratica professionale. Ai fini storici e progettuali, il suo contributo di architetto non è stato decisivo: risente della forte impronta di Ricci e di Italo Gamberini (uno dei principali autori della stazione di Santa Maria Novella). Ma lavorare con la materia è un’esperienza importante che consente al critico di non costruire teorie fasulle e avulse dalla pratica professionale, oltre ad essere sinonimo di chiarezza, poiché il confronto diretto tra critica e architettura evita le velleità formali spesso costruite a posteriori. Fin dai primi scritti di Koenig traspare, inoltre, un particolare interesse per le problematiche attinenti la comunicazione e il linguaggio dei segni. Egli prepara, infatti, il terreno agli studi di Umberto Eco e di tanti altri studiosi come Galvano Della Volpe, Tomas Maldonado, Gillo Dorfles, Renato De Fusco sulla semiotica architettonica. Una disciplina, questa, letteralmente costruita da Koenig, che ha aperto la strada al lungo dibattito degli anni Sessanta e Settanta sulla linguistica.

Cerchiamo adesso di tratteggiare il critico Koenig, ma con dei tratti molto sfumati. E’ impossibile trasmettere con delle parole la libertà intellettuale che ha caratterizzato il suo lavoro accanito e che nella pratica si traduceva in libertà di pensiero, di scrittura, di giudizio. Solo la lettura dei suoi testi può assolvere a tale compito. Dentro questa cornice, mi piace accostare l’effetto dei testi di Koenig all’emozione spaziale trasmessa da un edificio. Raccontare di Koenig, limitandosi a ricostruirne l’immagine attraverso gli innumerevoli scritti, equivale a raccontare un edificio. Ora, al di là delle capacità del narratore, la limitazione percettiva permane: il vero e autentico racconto architettonico è quello della fruizione spaziale. Lo stesso assunto è concettualmente equivalente per un testo di Koenig e, più in generale, per tutti coloro che hanno “costruito” attraverso il linguaggio letterario. Costruire attraverso il linguaggio letterario significa sprigionare creatività. E’ una forma d’arte, che opera con e per mezzo della parola, quindi da tutti comprensibile. Di più, tutto è finalizzato a veicolare il discorso artistico, solitamente sofisticato, specialistico, quindi isolato ed elitario. Negli ultimi anni, l’attenzione dedicata da giornali, quotidiani e trasmissioni televisive alle notizie architettoniche, oltre a causare l’attuale fenomeno di spettacolarizzazione dell’architettura, è il segnale della graduale apertura del messaggio architettonico ed anche dei suoi contenuti. E, a ben guardare, i testi di Koenig lavoravano già con decenni di anticipo nella direzione dell’interdisciplinarietà, nel tentativo di estendere il messaggio architettonico per frantumarlo nei più impensabili risvolti sociali. Ciò avveniva in Koenig con una travolgente abilità comunicativa, fatta di indescrivibili contorsioni e capriole letterarie, solitamente scherzose, divertenti, spesso acide e pungenti, ma sempre sottese da un forte e pregnante pensiero critico.

Per assaporare la disinvoltura intellettuale e letteraria che gli era propria, riportiamo dei piccoli frammenti che faranno poi da piattaforma per alcune riflessioni.

  • Presentando un volume di Francesco Gurrieri sulla facoltà di architettura di Firenze, C’era una volta la Facoltà di Architettura, nella prefazione, Koenig scriveva: “Ho speso la vita nella facoltà di architettura, e forse l’ho già spesa quasi tutta, con poche soddisfazioni e scarso costrutto. Ma ho usato un mio sistema per superare le frustrazioni quotidiane e le calunnie che si sono sommate ai giusti rimproveri per la naturale grullaggine: ho sempre voltato allo scherzo anche gli eventi più disastrosi. L’unica vera soddisfazione è quella di irridere i potenti che ci sfruttano e i cretini che ci comandano; e per il gusto di una battuta scema mi sono giuocato ventennali amicizie. Di queste, semmai, mi dolgo; e non del disprezzo dei potenti che altro non è che un doveroso ricambio di sfavori.”

  • Lasciando la redazione di “Casabella”, in seguito a un cambio di direzione, il nuovo comitato di redazione chiese a Koenig uno scritto per concludere la sua intensa attività all’interno della rivista. Koenig scrisse un lungo articolo intitolato: Ragguagli sulla morte del Lonfo e le sue postreme avventure. “Un modo come un altro” scrive Koenig, “ per congedarmi in modo meno melanconico del consueto: “Addio, caro lettore”. Mi fu risposto che il nuovo comitato di redazione e di direzione, non essendo d’accordo sul suo contenuto culturale, si trovava costretto a non pubblicarlo. Bel discorso del cavolo: se fossero stati d’accordo con me mica mi avrebbero cacciato fuori e chiesto l’addio. Che dovevo scrivere, come il Nerone di Petrolini: “Bravi, grazie”?

  • Presentando il volume sull’architettura in Toscana, nel 1968, Koenig temeva che il suo lavoro venisse banalizzato e ridotto a semplici tratti identitari, come si è tentato di fare in questi ultimi anni attraverso i due convegni fiorentini sull’identità dell’architettura italiana. Per questo con incredibile lungimiranza avvertiva: “Se questo continuo processo di osmosi tra le varie città italiane è oggi così avanzato da far pensare che fra non molto tutta l’Europa avrà una sola storia architettonica […]; sarà in tal caso estremamente difficile isolare un episodio dall’altro, e non avrà più senso nemmeno il fare una storia dell’arte italiana. Già oggi è in atto questo scambio delle esperienze formali, specialmente nell’Industrial design. […] Non dimentichiamo perciò che l’attuale diffusione di mezzi di comunicazione di massa ha di fatto abolito, nei linguaggi artistici, le tradizionali frontiere e i relativi codici ristretti a gruppi relativamente poco numerosi.

  • Il rapporto con l’amico d’infanzia Pier Luigi Spadolini è emblematico per comprendere come la sua aspra critica sia sempre rimasta al di sopra delle amicizie, delle comode simpatie e degli intrighi politici. In un articolo apparso su Ottagono e dedicato alle più brutte opere di architettura costruite, scriveva: “Fu così che trionfarono gli uffici postali prefabbricati sotto i quali si nascondeva (mica tanto, poi) l’astro nascente della prefabbricazione ad oltranza: Pier Luigi Spadolini. Come poteva competere il povero Rossi con chi era riuscito con un solo, unico progetto, a deturpare almeno cento stupendi insediamenti medievali?…dopo tanto parlare di ottimizzazione del componente (che barba, amici miei: solo Zanuso e Mangiarotti vi credono ancora) Spadolini è finalmente approdato alla pessimizzazione, cioè ad usare un componente, che in qualsiasi modo fosse composto, risultasse sia esteticamente che costruttivamente deleterio.” E Spadolini, ricordando l’amico dopo la morte scriveva: “la sua critica agli architetti del suo tempo è stata talvolta dura, integralista, anche ingenerosa, come lo è stata, d’altronde, anche verso alcune mie opere. Personalmente, pur soffrendone, non ho mai rimproverato a Gianni Koenig questo suo determinismo senza condizioni, nel giudizio su un’opera di architettura, proprio perché ne conoscevo le radici ed il profondo travaglio intellettuale.”

  • In questo modo, negli ultimi anni di attività didattica, si presentava agli studenti della facoltà di architettura di Firenze: “Io mi chiamo Giovanni Klaus Koenig, sono il decano rincoglionito della facoltà (risate tra gli studenti) […] poi sono diventato professore di storia dell’architettura e poi, quando la storia dell’architettura contemporanea non è più stata divertente, ma di molto ma di molto triste, sono passato a design, un po meno triste…”

Questi brevi frammenti sono legati tra loro da un filo conduttore unico: una volontà di espressione libera, disinibita, provocatoria, problematica, sempre ironica e scherzosa. Koenig discute col lettore, come se lo avesse di fronte: lo interroga, rimanda a divertenti episodi personali, trova sempre, e magari tra parentesi, lo spazio per la battuta. E’ questa una delle caratteristiche principali del suo linguaggio letterario, supportato sempre da una straordinaria capacità di analisi, di confronto e, come ricorda Gurrieri, anche dalla convinzione di non prendersi troppo sul serio. Ma c’è anche un altro importante aspetto che caratterizza la seconda fase della sua attività di critico. E va detto senza mezzi termini e inutili giri di parole: Koenig è stato uno tra i pochi critici italiani che ha combattuto in modo spietato il postmoderno e più in generale ogni forma di accademismo. Prendiamo quattro opere di architettura, una per decennio, così scriveva in una lettera inviata – e poi pubblicata - a “L’architettura cronache e storia”, denunciando l’accademismo della cosiddetta “architettura razionale” propugnata alla XV Triennale di Milano del ’73, e scegliamo quelle universalmente considerate come capi d’opera. Per gli anni Trenta, la Casa sulla Cascata; per gli anni Quaranta la villa Kaufmann nel deserto; negli anni Cinquanta scegliamo la cappella di Ronchamp, ed infine, per i Sessanta, permettetemi di scegliere la Philharmonie berlinese. Seguono le regole rossiane? Possiamo spostare nel deserto “Fallingwater” e togliere dal muro di Berlino la Philharmonie? Possiamo togliere a Ronchamp la funzione di cappella doppiamente votiva, per la Madonna e per i partigiani assassinati? Che ci facciamo un night? La casa sulla cascata denota il suo spazio e lo nasconde con l’indifferenza che vorrebbero le regole rossiane? Infine, per capire queste opere – tutte – dobbiamo straniarci, o vanno percorse, possedute ingordamente, per capirci qualcosa? Ai lettori l’ardua sentenza, nui chiniam la fronte al massimo Fattore, Sottofattore e garzone della scuderia, Mike Buongiorno della tendenza, ch’osa proporci una tal fiera di castronimiche regole, seguite per ora sol dà peggior geometri.

“L’intera sua vita”, ricorda Bruno Zevi, “è stata spesa in un puntuale e incisivo commento critico sui problemi linguistici, su quelli della storia e dell’insegnamento della progettazione. Pioniere della semiologia nel nostro settore, era uno dei pochi a non indulgere “nell’arte del soliloquio”. Anzi, puntava al dialogo diretto, polemico e stimolante, comprensibile a tutti, e gestiva magistralmente il metodo di passare dal principio generale all’episodio spicciolo, e di risalire da questo a una tesi che assumeva l’autorità di un principio.”

Per Koenig esercitare la critica significa anzitutto articolare un pensiero logico, individuale, capace di smontare e rimontare le parti di un discorso. Ma significa anche lanciare spunti propositivi, finalizzati alla dinamica delle idee e al loro continuo svecchiamento, onde evitare il ristagno paralizzante: un’analisi in grado di stimolare la produzione architettonica. Nei suoi scritti la descrizione dell’oggetto architettonico è sempre accompagnata, rafforzata ed esaltata da una stimolante dimostrazione, condotta con rigore fino allo strato psicologico, della funzionalità di un edificio. Koenig si è spesso divertito a dimostrare la rispondente funzionalità di edifici progettati al di fuori dei rigorosi canoni funzionalisti, poiché egli era convinto che la forza di un progetto risiedesse nell’originale interpretazione delle sue funzioni, nel proporre nuove o diverse possibilità di vivere un edificio e nel risultato spaziale che ne risultava. Per questo egli ha sempre sondato, scavato ed esaltato lo spirito creativo dell’artista, svelandone le contraddizioni, i limiti, gli sforzi, attraverso un sistema analitico preciso e travolgente al punto tale da fornire indirettamente (ma volutamente) una strada, un metodo progettuale a tutti comprensibile che, partendo da un’idea o da un’intuizione e passando attraverso le diverse fasi intermedie della progettazione, si concludeva con una dimostrazione pratica dell’originalità dell’edificio o del suo innovativo congegno spaziale. Dai suoi scritti, conclude Zevi, si conferma la statura dell’uomo pensante, che bilancia i suoi giudizi appassionati con un senso innato di responsabilità civile.

Intorno alla metà degli anni Settanta, in un memorabile scritto apparso su Casabella (di cui era allora vicedirettore), intitolato Me ne vado e sbatto l’uscio, dichiara pubblicamente di concludere la sua attività di architetto, cancellandosi dall’albo professionale: Ciò significa non credere più all’architettura? Eh no, signori! Spretarsi non significa necessariamente esser diventati atei; anzi, ci sono più preti atei che preti spretati. E’ proprio in questi anni che la passione di Koenig si sposta sempre più verso l’Industial Design e, in particolare, nel settore dei mezzi di trasporto pubblico, quasi per coronare quello che fin da ragazzo era stato il suo sogno: diventare ingegnere ferroviario. Si trattava dunque di una passione che aveva sempre coltivato e che gli consentì di diventare uno dei maggiori esperti di design nel settore del trasporto. A lui si devono, infatti, i progetti di alcuni mezzi pubblici che ancora oggi servono le città italiane. Anche in questo settore il suo interesse non fu mai superficiale o distaccato dalla pratica costruttiva. E’ curioso pensare (come ci ricorda l’amico di infanzia Franco Borsi) a Gianni Koenig, ancora studente di architettura, alle prese con il grande e complicato treno elettrico che egli ritrovava la domenica in casa dell’amico fraterno Claudio Messina, e rivederlo dopo decenni seduto al tavolo a disegnare scompartimenti, ingranaggi, carrelli, cabine, motrici.

Ricordo un curioso racconto dell’amico Enzo Zacchiroli (a cui Koenig dedicò un singolare saggio monografico), il quale, durante una conferenza a Palazzo Vecchio, descriveva l’entusiasmo fanciullesco dell’amico, raccontando che un giorno, dentro un tram, “Gianni” insistette senza tregua con l’autista per mettersi alla guida del mezzo, fino a quando vi riuscì e condusse il tram per la città. E ancora, Gurrieri ricorda che per un comune impegno romano, avevamo occasione, una volta al mese, di viaggiare insieme sui nuovi intercity che ci sbalzavano da Firenze a Roma e viceversa in due ore e quindici minuti. Appassionato come un bambino, quando possibile, voleva andare alla testa della prima carrozza in modo da vedere e controllare il retro della motrice. Di ogni zona che si attraversava, di ogni tratta, conosceva le caratteristiche, i raggi di curvatura, le contropendenze centrifughe, le velocità di percorrenza ottimali. Ogni viaggio era una carrellata caustica su un personaggio eccellente, su un episodio accademico, su un insospettabile flirt, su una stagione di vita.

Insomma, parlare oggi di Gianni Koenig, impone una doverosa, breve riflessione sulle attuali condizioni della critica architettonica. Che ruolo ha oggi la critica? E chi la esercita? Oggi la critica sembra aver ceduto il passo all’informazione ad oltranza. Salvo poche eccezioni, i testi di architettura e le riviste peccano di superficialità nel giudizio di un’opera, limitandosi a descrizioni artificiose e poco incisive. La conseguenza di un simile atteggiamento si ripercuote oggi su tanti aspetti, aggravando le scelte della scarsa politica architettonica del nostro paese, ancora incapace di comprendere quanto sia importante e vantaggioso investire con coraggio sulle nostre città e su un’architettura che tenga il passo delle complessità, degli stravolgimenti e delle conquiste della società contemporanea. Ne è prova la mancanza di un vivace dibattito culturale, quel dibattito che Koenig auspicava apertamente da studioso e da docente.

Professore appassionato e travolgente della facoltà di Architettura di Firenze, dove tenne diversi corsi, tra cui “Storia dell’architettura contemporanea” e il memorabile “Storia dell’industrial design”, poi soppresso dal ministero, nonostante la frequenza appassionata di numerosi studenti. Brillante conferenziere, curatore di mostre prestigiose e autore di numerosi testi tra cui il primo, del 1958, Il disegno dell’architetto come mezzo mediato fra la intuizione e la realizzazione dell’opera di architettura, dedicato a Carlo Ludovico Ragghianti. L’invecchiamento dell’architettura moderna, del 1962; Analisi del linguaggio architettonico, del 1964; Architettura dell’Espressionismo, assieme a Franco Borsi, del 1967; Architettura in Toscana 1931-1968; Architettura e comunicazione, del 1970; Analisi strutturale delle sette invarianti zeviane, del 1976; Enzo Zacchiroli Il mestiere full-time, del 1980; ancora Storia del design, del 1982; Oltre il pendolino, del 1988; e molti altri scritti e saggi pubblicati su diverse riviste. Tra le sue realizzazioni vanno ricordate gli ampliamenti del villaggio Agàpe, la chiesa di San Secondo di Pinerolo, del 1956 e la scuola di San Marcello Pistoiese dello stesso anno; la chiesa Valdese di via Assirotti a Genova, del 1960; il condominio dei dipendenti Italgas a Firenze, del 1961; la chiesa valdese di Chieti, del 1961; la chiesa valdese si Ivrea, del 1965 e ancora altri edifici e progetti. Inventore di mezzi di trasporto pubblico quale il Jumbo tram del 1973 in uso a Milano, il treno per servizi pendolari in lega superleggera realizzato dalla Breda, i convogli per la metropolitana di Roma, e la prima versione dei treni GAI.

Si tratta dunque di un’eredità vasta, pregnante e originale che, polverosa, giace sugli scaffali di qualche biblioteca. In altre parole Gianni Koenig è stato presto dimenticato. In fondo gli è stato riservato l’ingiusto trattamento che è toccato ai più grandi architetti fiorentini come Michelucci, Ricci, Savioli, Detti, Gamberini e tanti altri. Tutti dimenticati, anche da quella facoltà di architettura rinnovatasi grazie a loro. Che importanza può avere, in conclusione, parlare oggi di Gianni Koenig, e cosa è possibile ereditare dal suo immenso lavoro? Ho riflettuto per dei mesi su questa domanda, cercando molteplici risposte. Adesso credo che si possa rispondere con una sua breve frase: Progettare non è mai essere nella realtà, ma, come dice la stessa parola, è proiettarsi al di là di essa.

Servirebbe oggi un Giovanni Klaus Koenig.