19 Maggio 2005
La pax moneiana
Ho tra le mani l’ultimo libro di Rafael Moneo: inquietudine teorica e strategia progettuale nell’opera di otto architetti contemporanei. Si tratta di un’operazione editoriale importante: il libro, a quanto ne so, è uscito contemporaneamente in Inglese (MIT press), Spagnolo (Actar) e Italiano (Electa). Vi sono esaminate le opere di Venturi & Scott Brown, Stirling, Rossi, Eisenman, Siza, Gehry, Koolhaas, Herzog & de Meuron. L’obiettivo è ambizioso: tentare una sintesi del dibattito teorico degli ultimi quaranta anni per capire verso quale direzione muoversi. Il risultato è interessante e deludente allo stesso tempo.
Interessante perché scritto da uno dei più autorevoli esponenti del fronte tradizionalista, autore di progetti pessimi quale il museo finto romano a Merida e di piacevoli edifici commerciali e culturali che, dietro qualche tocco di storicismo, mostrano caute aperture al contemporaneo. Per la sua fama, il suo seguito, il suo lavoro di insegnamento a Harvard, la sua straordinaria gentilezza e l’accortissima politica di alleanze, certamente Moneo è il Piacentini dello Star System. Se da Boston lui sdogana Koolhaas, state certi che presto lo vedrete pubblicato anche sulle riviste italiane più ermeticamente chiuse alla sperimentazione: come difatti puntualmente è avvenuto.
Deludente perché, proprio come Piacentini, Moneo mischia personaggi e opere diverse in un pastrocchio dove, alla fine, tutto si tiene. Per fare questo riduce, lima, minimizza, glissa o addirittura cancella, facendo finta che non siano mai esistiti, problemi e tensioni che, invece, hanno scosso profondamente i quadri concettuali di riferimento del dibattito architettonico; come, per esempio, quando mostra che Stirling gioca con citazioni e riferimenti come in fondo lo fa anche Koolhaas, mettendo l’attenzione su un fatto interessante ma che poco ci dice sulla diversità degli ingredienti e del risultato delle due macedonie.
L’operazione tentata da Moneo, che fa seguito ad altre di personaggi illustri - si pensi per esempio al quadrilatero Stirling, Rossi, Eisenman, Gehry proposto da Kurt Forster all’ultima biennale di Venezia sul tema della metamorfosi - è certamente più intelligente di quelle tentate dal fronte limitrofo dei reazionari, e in particolare dagli italiani. Invece che insistere su temi indifendibili quali la località dell’architettura locale, l’italianità dell’architettura italiana, l’europeità dell’architettura europea o, più semplicemente, il recupero della tradizione, cerca di operare una sintesi eclettica che serve a stemperare i toni dello scontro culturale e a predisporre l’immagine di un firmamento dello Star System disponibile, ampio e accomodante dove c’è posto per tutti: per Zaha Hadid come per Botta, per Gehry come per Moneo, per Foster come per Siza.
In questa linea in Italia si sta muovendo da tempo la rivista Area e, da qualche tempo, la stessa Casabella che si sta accorgendo che insistere sui temi della chiusura del vecchio nei riguardi del nuovo non farebbe altro che facilitare l’emergere della rivista concorrente, da tempo in rigogliosa crescita. Su questo stesso clima di compromesso piacentiniano, dove tutto va bene purchè sia vagamente di qualità, si sta ponendo la DARC che se da un lato diventa la committente del nuovo Museo per le Arti Contemporanee della Hadid a Roma, dall’altro appoggia il pessimo progetto classicista di Diener & Diener per l’ampliamento della Galleria Nazionale d’arte Moderna, accettando - sino a che a furor di popolo non è stata costretta a fare un passo indietro - la vergognosa demolizione dell’Ala Cosenza. E in questa logica inclusiva, alla Moneo-Piacentini, sono da intendersi le recenti mostre tra le quali, la più discutibile è stata, in occasione dell’ultima biennale, quella dedicata alle architetture degli ultimi cinquant’anni in Italia dove mancava, tanto per fare un nome, Renzo Piano e invece Vittorio Gregotti architetto era presente perché segnalato da se stesso, cioè il Gregotti critico.
Funzionerà la pax moneiana? Non ci sono motivi per pensare di no. In fondo prima di Moneo una funzione di equilibrio e di raccordo tra le star la aveva svolto Philip Johson. E da tempo anche i protagonisti più sperimentali dello Star System - dalla Hadid a Mayne, da Koolhaas a Gehry - non hanno alcun motivo per alzare il livello dello scontro. Ottengono importanti incarichi e sono stati riconosciuti e accettati tanto che oggi sono studiati anche nelle università che prima avevano chiuso loro le porte. Loro stessi, inoltre, stanno vivendo un momento di crisi: così hanno poco interesse ad accelerare il passo e allargare il loro universo problematico; anzi, a tratti, danno l’impressione di ripetersi più o meno stancamente, più o meno felicemente.
Insomma, per dirla con una metafora storica, questo è il momento in cui nella cittadella universitaria Pagano lavora gomito a gomito con Piacentini.
Possiamo essere soddisfatti di questo stato di cose? Se il metro di giudizio è la ricerca progettuale, l’avanzamento problematico della disciplina, direi assolutamente di no. Oggi più che mai, occorre andare oltre questo Star System. Pena di vedere trasformati in semplici giochi di forme quelle che erano state istanze - di rapporto con il corpo, lo spazio, la natura e le nuove tecnologie - ben più pregnanti, e che tra la fine degli anni novanta e i primissimi del nuovo millennio avevano mostrato ben altre potenzialità.



