Concept of a new space for Issey Miyake (France)
Ammar Eloueini, Digit-all Studio

L’incontro con Issey Miyake è l’incontro con un genio, la cui statura si misura anche nella capacità di concepire in modo inedito tanto il processo di produzione quanto quello creativo, entrambi al centro della sua ricerca di stilista tutta rivolta al rapporto tra corpo e tessuto.

Soia, cotone, carta, bamboo, persino la plastica, sono materiali trasformati in modi sorprendenti. I vestiti hanno da due volte e mezzo fino a tre volte le dimensioni reali assunte dopo essere stati tagliati e foggiati.

Issey Miyake rifiuta i termini di moda, fashion, styling, design, creazione. Mentre quasi tutti parlano di mode e tendenze, lui è interessato dal processo creativo che conduce ad un nuovo concetto di produzione e consumo, e dall’interazione che si stabilisce tra corpo e tessuto nel momento in cui l’abito si modella sui movimenti di chi lo indossa, proponendo continue animazioni, spesso dagli infiniti colori (i quali non hanno solo una funzione estetica, ma stimolano le emozioni, partecipando e interagendo a livello sensoriale), che precludono la possibilità di conoscere in anticipo il risultato di questa continua metamorfosi.

Pochi sono gli artisti capaci di mostrare la necessità e l’urgenza di ritrovare il valore del proprio fare, e scorgere all’interno della propria pratica un orizzonte di senso. Più spesso, il senso comune conduce alla pigrizia, alla ripetizione di stilemi preconfezionati, e rinuncia a pensare. Precludendo ogni possibilità di incontro e di ascolto.

L’incontro tra Issey Miyake e Ammar Eloueini è avvenuto in modo quasi casuale, un giorno in cui lo stilista passava fortuitamente davanti ad una mostra che presentava alcuni dei lavori di ricerca dell’architetto. Eppure, proprio il connotato fortuito aggiunge significato e profumo all’incontro. Molte ed evidenti sono le affinità tra gli abiti “Bamboo”, “Moonlight”, “Escargot” (solo per citarne alcuni tra la produzione di Miyake), e i progetti della Concert All di Sarajevo o dello IUAV di Venezia. Del resto, è proprio Ammar Eloueini che ci propone una ricerca capace di fornire una possibile risposta al “nomadismo del corpo” o, se si vuole andare oltre – e trovare delle ulteriori affinità anche con la ricerca di Issey Miyake – all’instabilità, all’animazione, alla metamorfosi, alcune tra le cifre caratterizzanti i lavori più impegnati dell’attuale stagione creativa. Una ricerca che va oltre il mero aspetto formale e tecnologico, e che coinvolge il processo di autogenerazione e interazione dinamica tra corpo e spazio.

Il concetto spaziale che Ammar Eloueini è stato incaricato di pensare per Issey Miyake approfondisce e matura alcune delle precedenti ricerche. Esso sviluppa un’idea di fasce sovrapposte che avvolgono lo spazio e generano soffitto-pareti-pavimento come un unico elemento senza soluzione di continuità. Il vuoto, l’interstizio tra le fasce diventa alloggio per l’illuminazione indiretta e per i vestiti che possono essere in questo modo esposti. Le fasce possono essere deformate per generare, secondo necessità, un bancone, un tavolo, una sedia. Adattabili in funzione della situazione e del contesto, possono essere costruite con differenti materiali, adattate e personalizzate. Ogni singolo spazio è tuttavia pensato per essere realizzato con un unico materiale, opaco o translucido.

Quelle proposte sono le immagini per lo studio di tre possibili locations, due a Parigi e la terza a Nantes. Il prototipo in scala 1/1 è stato realizzato in fibra di vetro assemblando tre fasce al fine di permettere lo studio e la verifica dell’illuminazione, come pure la valutazione di differenti opzioni per l’esposizione degli abiti disegnati da Issey Miyake. L’architettura veste l’abito.