09 Gennaio 2006
una nota sbagliata
[gs] C’è qualcosa che mi ha sempre colpito in Coltrane. L’evoluzione del suo modo di suonare. Nei dieci anni in cui è stato leader di una band è passato dal bop, al jazz modale e poi al free jazz. Il tutto in dieci anni. Quanto Michelangelo e Malevich hanno fatto in una vita, lui l’ha fatto in dieci anni, iniziando da una musica “figurativa” fino ad arrivare al suono puro.
A volte dischi realizzati a pochi mesi di distanza sembrano distanti anni luce. Per non parlare poi dei concerti registrati dal vivo, dove l’approccio è completamente diverso. E’ come se in studio fissasse le idee, mentre nei locali si sente che il suo cercare e il suo modo di comunicare erano in divenire.
Cosa determina i cambiamenti nel modo di suonare di un musicista?
[mm] Dipende dalle circostanze. Lo strumento filtra ogni cosa, le emozioni o come ti senti. Non è tanto il cambiamento quanto una questione di elasticità. Se suoni con un musicista suoni in una maniera, con un altro diversamente. Non sei un pezzo di ferro, non sei mai statico. Ogni sera metabolizzi le persone con cui suoni, costruisci un modo di suonare che dipende anche dagli altri.
[gs] Per costruire una tua identità devi suonare con persone diverse.
[mm] Si. La conoscenza dello strumento la sviluppi con l’esercizio, che è una cosa che fai da solo. Lo strumento alla fine è un mezzo. Più passi il tempo sul mezzo e più hai possibilità di comunicare.
Mentre suoni te ne accorgi. A volte sei il solista e il discorso lo governi te, ma se il batterista è bravo sa come farti cambiare direzione. Poi uno sceglie se seguirlo o meno.
Coltrane aveva sviluppato un forte senso critico, suonava da solo per ore cercando di ascoltarsi, come dall’esterno. Quando ti eserciti è inconsapevole, ti senti dall’esterno. Coltrane non riusciva più a staccarsi dallo strumento. Finito un concerto si metteva davanti ad un muro e continuava, Davis si ubriacava e andava a puttane, lui continuava.
La sua stanza era piena di grafici matematici, con cui studiava il suo metodo tonale. Divideva le tonalità in tre parti. Circoli di quinte e di terze. Di solito chi studia l’armonia ha come approccio base il circolo delle quarte. Lui ha cominciato a impostare circoli di terze e di seconde. Che poi si chiama circolo perché alla fine devi rientrarci, in qualche modo. Il calcolo matematico è semplice, ma farli suonare è tutta un’altra storia. Giant step è fatto in questa maniera.
[gs] Tipo in Spiral
[mm] In Spiral c’è questo modo di usare il basso a “pedale”. Mentre l’armonia scende il basso resta fisso su una nota. Una nota che non è casuale, che è dominante. La dominante ti fa ritornare alla tonica, al padrone di casa, alla tonalità principale. La dominante serve a tirare quest’elastico, e più sai tenderlo e più sarà pesante la mazzata sulla tonica.
Il “pedale” crea un effetto di sospensione, d’infinito. Coltrane ha dato il via a questo modo di suonare in sospensione. Tutto il jazz contemporaneo ne fa uso, anche in maniera eccessiva. Keith Jarret, per esempio ne abusa. Se tutto è troppo campato in aria la musica perde consistenza.
[gs] C’è stato un tempo in cui era possibile entrare in un locale a New York e vedere sullo stesso palco Davis, Coltrane e Bill Evans, oppure Coltrane e Monk. Non conosco altre forme d’arte che permettono la coesistenza di persone così diverse. Se si ascolta “A kind of blue” è impressionante.. Il minimalismo di Miles e le sue note tenute lunghe sono perfettamente complementari alla musica di Coltrane, fatta di fraseggi e più discontinua.
Hanno senso come insieme, “blue in green” non avrebbe lo stesso impatto emotivo se fosse suonata da un solo solista.
Cosa significa per un musicista dividere il palco con altre persone? Tu con i Neo hai un rapporto singolare… suonate seduti e vi guardate, dando il profilo al pubblico.
[mm] E’ come un direttore d’orchestra che ti da i finali, il tempo e le partenze, ma che ti lascia anche momenti di libertà. L’improvvisazione completa ha un senso se trova una conclusione, un punto prestabilito. Quando suoni sei fuori dalle strutture, da canoni armonici o ritmici. Ma sotto devi sapere cosa stai suonando. Puoi decostruire quello che vuoi, ma devi rimanere nel tempo, è una questione cardiaca.
Anche se i Neo si nutrono di jazz in realtà non suonano Jazz. A volte imitiamo gli specials delle big band. Facciamo meno improvvisazione, e quando improvvisiamo lo facciamo in una forma “radicata”. Ma quando facciamo rumore o siamo sovversivi sappiamo che dobbiamo rientrare. Ci guardiamo spesso, a volte i nostri pezzi sono staccati dal tempo, hanno parti rallentate o accelerate. E’ fondamentale vedere cosa stanno per fare gli altri. E’ come giocare a tennis, cerchi di calcolare, osservando l’altro, il punto in cui ti arriverà la palla. Lo stesso è quando guardi il batterista, dal gesto capisci che entro un tot di millesimi di secondo la bacchetta toccherà il rullante.
[gs] Dopo Coltrane il jazz ha perso parte della sua spinta propulsiva. Aveva sempre guardato al passato, ma mai imitando gli stili o le maniere. Dopo Trane sono comparsi i primi “ismi” e la Fusion. Un genere, quest’ultimo, che ha di fatto spostato molti musicisti dai locali agli stadi, con risultati spesso commerciali e freddi.
Immagino fosse difficile ripartire, Coltrane ma soprattutto il Free Jazz avevano segnato un nuovo anno zero… Un’apocalisse informale dopo la quale sembrava impossibile ogni forma di espressione melodica. Ti conosco e so quanto ascolti Coltrane. Quanta influenza ha avuto nel tuo modo di suonare e fare musica? E il free jazz?
[mm] Non ascolto molto il free-jazz, anche perché dopo un po’ mi rompo il cazzo. E’ una musica concettuale, in cui la decostruzione è associata ad un periodo storico dove sembrava tutto dovesse cambiare molto velocemente. Ma il jazz è sempre stato una forma di rivoluzione. Dal Be Bop degli anni quaranta, ma anche prima. Il jazz nasce dalla repressione degli afro-americani, prima nei campi e poi utilizzati nelle big band per far ballare la borghesia bianca. Sono passati dall’essere sfruttati per la loro prestanza fisica all’essere sfruttati per la loro sensibilità musicale.
È un fatto razziale (non nel senso spregiativo): le persone di colore hanno una determinata conformazione delle labbra e del cranio, sono fatte per suonare. Così uscendo dalle big band e dalle sale da ballo, si trasferivano nei locali dove suonavano bop tutta la notte.
Tutto quello che avveniva erano improvvisazioni fatte di pochi accordi e prive della struttura della bigband, nessun special o chorus da rispettare. La musica prodotta in quei locali era inballabile: era già una forma di rivoluzione. Ma è stato sempre così. Anche Davis, per esempio, attaccava alcuni pezzi con delle note sbagliate, sapendo di sbagliarle. Non era più un fatto estetico o di “bellezza”, quello che faceva Davis aveva a che fare con l’espressione. Una nota sbagliata genera un mondo diverso in cui l’errore scompare. Se io su un do voglio suonare un accordo di mi bemolle, faccio qualcosa che in teoria è sbagliato. Nel free-jazz tutto in teoria era sbagliato, ma quello che era fondamentale era la decisione con cui veniva affrontato. Se scegli di fare qualcosa con decisione diventa corretto indipendentemente dalle teorie e dalle tradizioni. Noi con i Neo lo facciamo. Se ci piace un pezzo disarmonico, con basso e chitarra staccati di un semitono, lo facciamo, anche se suona male ed è sporco.
[gs] Coltrane aveva un profondo rapporto con le religioni. Per lui la musica era un “riflesso dell’universo”, “una vita in miniatura” e viveva la sua ricerca del suono puro quasi fosse una missione. Negli anni cominciò ad inserire temi e i ritmi tipici delle culture e dei paesi da cui provenivano molte delle religioni che andava scoprendo. L’Africa, l’India, ma anche la Spagna e il Flamenco, come se esistesse un blues in ogni parte del mondo.
Un Jazz non occidentale, che guardava al pianeta senza dimenticare le proprie origini.
Dolphy una volta ha detto: -Si può ascoltare qualcuno che viene dall’altra parte del mondo, da un altro paese. Non lo conosci ma è come se l’avessi conosciuto da sempre..-
Che rapporto hai con le tue origini?
[mm] Rispetto le origini o le tradizioni, ma non le considero valori.
Studio una musica che non è originaria del mio paese.
Un pezzo di Captain Beefheart si schiama Dacau Blues. L’idea è che il blues nasce da forme di oppressione, e lui lo usa per descrivere un’altra forma di violenza come quella perpetrata sugli ebrei. Ovvio che non è un blues tradizionale, Beefheart immagina un pezzo crudo, cattivo e malato.
Mi interessa prendere un genere musicale e una tradizione, per poi ricontestualizzarla in un altro ambiente, e vedere poi le reazioni. La musica non è un sasso, la puoi modellare a seconda di come la muovi. Ma deve essere un’operazione consapevole.
Il sito dei Neo
Neo, Atti Osceni: file audio MP3 tratto dal CD La quinta essenza della mediocrità (2005)



