Natale Platania: artista nello spazio

Nel momento in cui l’ho visto, mi sono convinto che Natale Platania avrebbe potuto essere un architetto. Per tre ragioni. La prima perché, conoscendolo di persona, ho avuto la certezza che il personaggio che si muove all’interno di molti suoi quadri, armato di cinepresa, è lui in autoritratto. Quasi come un architetto all’interno dei proprio spazio. La seconda perché attraverso il ricorrere di questa figura in numerosi quadri ho capito il metodo di Platania di organizzare i propri lavori come se fossero il montaggio di pezzi prefabbricati. In ogni opera vi sono infatti frammenti di altre, quasi come in un lavoro di taglia e incolla fatto con il computer, ricorrendo a una precostituita libreria di simboli: un processo che gli architetti non solo non disdegnano, ma utilizzano sempre più spesso e non solo per risparmiare tempo; si pensi ad alcuni progettisti olandesi della scuola di Rem Koolhaas che ne fanno una tecnica espressiva. La terza è perché ho subito comparato la filiforme figura di Platania all’eccesso decorativo delle sue composizioni e ho pensato all’architettura diabetica teorizzata da appena qualche mese da Andrea Branzi, sulle pagine della nuova Domus diretta da Stefano Boeri, entrambi personaggi molto attenti alle nuove culture figurative. Diabetica perché satura di figure, accattivante nei suoi arabeschi, vicina al mondo del trash e dei fumetti, apparentemente ingenua e allucinata, e, insieme, intimamente problematica come appunto lo può essere un organismo diabetico. Devo dire che le opere che mi attraggono di più di Platania sono gli interni e le figure femminili, forse perché mi ricordano Andy Warhol e me lo fanno vedere appunto attraverso questo occhio diabetic-isolano, diabetic-barocco, o, per usare, una parola di Frazzetto, postcontemporaneo. Ma l’opera della quale vorrei qui brevemente parlare è Les damoiselles per alcune ragioni. Intanto perché mi ha ricordato un altro quadro celeberrimo: Les deimoselles d’Avignon di Picasso, realizzato nel 1907, ormai cento anni addietro. Cinque figure femminili in uno, cinque nell’altro. Tema scabroso nell’uno, tema scabroso, pornografico nell’altro. E’ chiaro che Platania gioca la carta della citazione. Ma fino a un certo punto. Intanto perché il titolo è leggermente diverso: daimoselles e non deimoselles. Ma soprattutto perché il loop di Platania ricorda, più che le free standing e statuarie figure di Picasso, le vorticose figure della danza di Matisse, un quadro coevo alle deimoselles, e a questo stilisticamente contrapposto. Le immagini copia e incolla delle daimoselles di Platania, strappate da quei siti internet xxx che risultano oggi essere i più frequentati da questa umanità dilaniata tra il corpo e l’immagine, tendono infatti a rifiutare la profondità, sovrapponendosi alla tela come per layer, con un procedimento che a me semmai ricorda più i fauves, o meglio i post fauves, che i cubisti (guardate bene e ditemi se in certe opere non si sente vagamente l’aria di Vlaminck e Vallotton). Gusto della citazione quindi. Ma fino a un certo punto e soprattutto senza nostalgie, tante care alle estetiche di reazione che in arte e soprattutto in architettura affollano il panorama italiano. Piuttosto consapevolezza che viviamo nello spazio descritto da William Gibson dove le immagini fluttuano, svincolate o debolmente connesse ai loro significati originari, rendendosi disponibili a usi successivi. Platania , per esempio, rispetto ai quadri che cita, opera un’inversione tra la figura e lo sfondo. In Matisse, infatti, le figure emergono grazie al colore e lo sfondo appare semplificato. In Picasso lo sfondo è costruito dalle figure. In Platania è, invece, lo sfondo che, dandosi come caos cromatico di figure destrutturate, emerge, mentre le figure, lasciate bianche, sono evidenziate per differenza. E non potendosi ancorare a niente appaiono come sospese. Non potrebbe essere altrimenti in uno spazio costruito per sovrapposizioni e mai concepito attraverso una struttura coerente e tanto unitaria che lo organizzi strappandolo dalla precarietà. Mischiando le tecniche, utilizzando in maniera creativa la logica del computer e riportandola dal cyberspazio al corpo, operando sulle immagini, Platania si dimostra costruttore di uno mondo, esistenzialmente arcaico e logicamente contemporaneo, dalla cui organizzazione per frammenti si produce nuova e sognante energia. Ecco forse una quarta ragione perché ho pensato a lui come architetto, sia pure dello spazio emotivo.