30 Gennaio 2007
Una Biennale utile
Molti critici, anche molto bravi in altre circostanze, hanno visto un eccesso di urbanistica in questa decima Biennale e qualcuno è addirittura arrivato a ravvisarvi un "... odio feroce, radicale, nei confronti dell'architettura e di ogni suo aspetto...". Ma come si fa, ditemi voi, a discutere di architettura senza tenere in considerazione il contesto territoriale, storico, socio-economico in cui si colloca un'opera di architettura? L'architettura non è forse un'espressione sincera di un'attività collettiva? Mercati, politica, persone, ricerca scientifica, non è questo forse il magma flottante in cui si muove, naviga, galleggia o affonda l'urbanistica, ma anche l'architettura? Perché mai, da architetti, non dovremmo tenerne conto?
C'è forse chi vorrebbe sempre una Biennale per sole stars dell'architettura e vecchi accademici (anche quest'anno hanno avuto la loro brava razione di premi e medaglie), forse c'è chi vorrebbe che una Biennale servisse ancora da piedistallo per continuare ad insegnare l'architettura dentro la sola storia dell'architettura, delle sue teorie, dei suoi trattati, della vita e delle opere dei grandi maestri; ma lo scempio del territorio che abbiamo davanti, il caos, le disuguaglianze, le ricchezze, le povertà, la globalizzazione del mercato, la società multietnica, obbligano invece ad un approccio diverso perché l'architettura va pensata nel mondo, come espressione compiuta di tutta una civiltà.
Per questo io credo che Richard Burdett ed i suoi collaboratori abbiano prodotto un buon lavoro di ricerca, coerente al titolo, che non a caso vede "CITTÀ" scritto in grande e poi "Architettura e società". Anche l'ambientazione mi è piaciuta. Era bello attraversare con un passo gli "snodi spaghetti" di Los Angeles, "inciampare" nei grattacieli di New York e Tokio, "camminare" sopra le favelas di San Paolo. Proprio questo ti succedeva percorrendo il rettifilo dell'Arsenale che, lo sappiamo bene, è già magico di suo: entri e capisci subito di essere in uno spazio che è luogo degli eventi. Ai Giardini non c'è mai questa sensazione, c'è poco da fare.
Richard Burdett con le visioni aeree di alcune tra le più grandi metropoli esistenti, aiutato da felici sottofondi musicali e da didascalie molto semplici, fa capire subito, all'impatto, qual è il contesto in cui sono chiamati ad operare oggi gli architetti e gli amministratori. Già, anche di amministratori si parla, e si discute, in questa Biennale e non solo di architetti. E questo è un bene. Filarete insegna: "Un'architettura per nascere ha bisogno di un padre e di una madre" ed il padre non è forse il committente ?
A San Paolo centinaia di scuole pubbliche che hanno prolungato il loro orario di apertura hanno ridotto sensibilmente il tasso di criminalità in città; a Bogotà, lo si è ridotto in dieci anni del 20% puntando sui servizi pubblici, un'efficiente rete urbana di trasporti e nuove piste ciclabili; a Caracas non si è pensato un programma utopico per radere al suolo i barrios degli insediamenti abusivi dove vivono più di un milione e mezzo di persone, ma si è cominciato a costruire mense centralizzate, scuole, ospedali;... e qui gli architetti non c'entrano, c'entrano i sindaci ed il buon amministrare. Insomma, sarà anche banale, ma trovo che sia bello ed utile che in una Biennale di architettura lo si dica chiaramente.
Gli architetti, passata la sbornia sessantottina, non vogliono occuparsi più di tanto di urbanistica, perché è materia ostica, pochi la conoscono davvero, sicchè si preferisce parlare solo di architettura, soprattutto di quella delle grandi stars... e lasciare l'urbanistica agli economisti, ai trasportisti, ai geografi e agli avvocati. Vi siete accorti che anche nel nuovo Padiglione Italia (complimenti alla DARC, in questo caso, che ha saputo conquistare uno spazio permanente all'architettura italiana), nella presentazione di Vema, la nuova città, si dice che sorgerà vicino all'incrocio di due ferrovie transnazionali, Lisbona-Kiev e Berlino-Palermo, ma poi non si dice a che distanza sono dalla nuova città, qual è il loro tracciato, né si vede nel plastico una qualunque traccia di collegamento stradale con questo nuovo importante nodo di interscambio che, appunto, dovrebbe rivitalizzare tutto il territorio tra Mantova e Verona? E qui sorge un dubbio. Ma non si tratterà forse dell'attuale interscambio già esistente a Verona tra le due storiche ferrovie Torino – Venezia e per il Brennero? A Franco Purini va senz'altro riconosciuto il merito, davvero non di poco conto, di avere finalmente valorizzato venti giovani architetti italiani molto bravi e alcuni – Elastico spa e Antonella Mari – addirittura bravissimi; ma nonostante il plastico molto bello e l'eccellente ambientazione non si può non rilevare la debolezza urbanistica dell'impianto di questa città ideale. Ideale anche per la speculazione edilizia che con due nuovi snodi autostradali a soli tre chilometri l'uno dall'altro in aperta campagna, (e qui siamo sull'autostrada del Brennero, non su una tangenziale qualsiasi... e ogni casello autostradale, lo sappiamo bene, costa almeno 20 milioni di euro!) sfonderà certamente il bel rettangolo che con un segno molto forte – altro che "un disegno debole" professor Purini – sconvolge il paesaggio di questa dolce campagna. Tutto si potrà dire e scrivere a difesa del proprio lavoro intellettuale, anche che questa città ha "...intenzione di radicarsi profondamente nel territorio, ascoltandone e reinterpretandone strutture e tessiture", ma rimangono belle parole, poesia per anime belle, che non possono però nascondere la debolezza urbanistica di quell'impianto. Quel rettangolo calato tra Verona e Mantova è un segno forte, molto forte.
Dice Anti Lovack "L'angolo retto è una violazione delle leggi della natura. Tutto è movimento e contro movimento". Nel nostro caso sarebbe bastato avere attenzione davvero al contesto, alle strade esistenti, dove nulla è a novanta gradi. Più in generale, di quel lavoro va condivisa la felice metafora di Luigi Prestinenza Pugliesi che a proposito di Vema ha parlato di "vino nuovo" versato però nelle "vecchie botti ideologiche" di un'accademia potente e conservatrice. Se non ci sono radici e rapporti umani storicamente consolidati non ci può essere città; nemmeno all'incrocio di due nuove importanti linee ferroviarie, nemmeno se lo dice Nomisma e ancor meno se la si pensa all'interno di un rettangolo... benché "aureo". C'è poco da fare, non ci potrà mai essere una "città finita", è cosa contro la storia stessa delle città e contro il buonsenso perché una città, proprio perché è tale, è caos, cambiamento, movimento, crescita. Ce lo dicono millenni di storia, soprattutto in Italia, il Paese delle Città-Stato. Un professore bravo come Franco Purini ha anche scritto che a Vema "... l'architettura si concilia pienamente con la natura", ma forse l'architettura non deve conciliarsi pienamente con la natura, l'architettura deve conciliarsi prima con la vita, con la gente, con gli utenti, questo è quanto deve ricercare nel suo quotidiano lavoro l'architetto e l'urbanista.
In verità, nelle università si studia molto la Carta di Atene e si studia poco, molto poco, la Carta di Machu Picchu che invece supera ed aggiorna la "Carta di Atene" di Le Corbusier che con il suo funzionalistico zoning è ormai superata. Questa nuova Carta vede la città come un organismo vivente, mutevole, in continuo divenire tra crescita e forma. A Machu Picchu, nel 1978, vi fu un benefico salto di qualità nei modi di pensare l'urbanistica e l'architettura, ma le Facoltà di Architettura sembrano non essersene ancora accorte. In quella Carta si teorizzò una visione del progetto urbanistico e,di architettura, non più pensato come un oggetto "finito" – una bella tavola disegnata e ben colorata... e voilà... ecco una pianificazione perfetta del territorio – ma con quella complessità polifunzionale propria del progetto "non finito", aperto cioè alla partecipazione creativa dell'utente ed alle dinamiche proprie di una società moderna e multietnica, insomma, aperta a quella "contrattazione" tra enti pubblici e tra pubblico e privato che è indispensabile ad una corretta gestione del territorio, come da decenni insegna la scuola urbanistica Dangioliniana al Politecnico di Milano. Questa la nuova sfida per l'urbanistica e l'architettura che quella Carta ancora propone con i suoi undici articoli, ma che, ancora una volta, è stata disattesa.
Appena fuori dall'Arsenale, un obelisco alto 15 metri, e una volta in finta pietra inserita in un bel fondale rosso pompeiano invitano a visitare "La città di pietra" del professor Claudio D'Amato Guerrieri. Che dire di questa iniziativa? E' certo la meno felice fra quelle sponsorizzate dalla Darc in questa Biennale, che pure ha dimostrato un bello scatto in avanti rispetto a due anni fa. In questa mostra non si fa che guardare all'indietro, fino ai romani ed ai greci naturalmente, come sempre succede quando l'accademia prende il sopravvento sulla modernità e si tenta di spacciare la propria impotenza creativa per castità. L'alibi in questo caso, è la ricerca della "mediterraneità". Accecati da questa luce, si fanno asserzioni profonde, leggibili anche sul catalogo della mostra, del tipo : "Città di pietra" sono per definizione quelle città il cui principale carattere è dato dall'essere state pensate e costruite organicamente con la pietra..." e dopo questa lapidaria certezza si parte in considerazioni più profonde per interrogarsi "...su quali siano i modelli dominanti che governano le trasformazioni urbane e paesistiche in atto...". Si arriva così alla Sezione Due della mostra dove bei pannelli con le raffinate ricostruzioni tridimensionali dei campioni architettonici della "mediterraneità" presentati, anziché proporci una moderna interpretazione di insediamenti di pescatori, torri costiere, trulli, nuraghi, masserie, ci riportano pari, pari, alla raggelante e tronfia architettura fascista dei Piacentini, dei Calza Bini, dei Foschini. Una indigeribile mostra di architettura che ti lascia appunto... di pietra.
Fortunatamente, lo sconforto dura poco. Lì vicino c'è Metrò-Polis e si può gustare il bello spazio allestito dalla Regione Campania con i plastici delle stazioni della Tav . Un rigenerante tuffo nella modernità, nel Terzo Millennio finalmente, dove i progetti di Rogers, Hadid, Tagliabue, Fuksas ed altri bravi architetti lasciano a contendersi la maglia nera del gruppo dei progettisti a Kollhoff e Botta. Già, Mario Botta. Più invecchia, più si impegna nella sua Accademia di Mendrisio, più smarrisce quella genuina creatività spaziale che in gioventù lo aveva giustamente portato a vertici assoluti nel panorama dell'architettura moderna (...e non succede solo a lui, viene da pensare, vedendo certi progetti presentati per riscattare, con "mediterraneità" s'intende, alcune coste del Sud Italia). Un vero caso di spreco di genialità di cui, sinceramente, dolersi.
Prima di entrare nell'Arsenale, non si poteva non visitare lo spazio allestito da uno degli sponsor più importanti di questa Biennale: il Gruppo Risanamento-Zunino. Qui si svolge una raffinata presentazione di due eclatanti speculazioni edilizie che, indifferentemente, l'amministrazione di destra di Milano a Santa Giulia e quella di sinistra di Sesto San Giovanni sulle ex aree Falk (una volta Sesto veniva chiamata la "Stalingrado d'Italia") propongono, tranquillamente garantiti dai prestigiosi nomi di due ottimi architetti come Norman Foster e Renzo Piano. Vi è grande mestiere e grande professionalità, anche questa volta, ma poca invenzione architettonica, anche se i lavori vengono presentati alla Biennale. Nel master plan di Milano salta agli occhi come la morbida spirale delle residenze di Santa Giulia non si leghi granchè con il resto dei nuovi interventi ed i prospetti si rivelano un'occasione mancata. Nella loro serialità e uniformità in altezza, non aggiungono nulla alla sinuosità della pianta che, in pianta almeno, sembrava suggerire ben altre possibilità spaziali da giocare poi in quei prospetti... e anche qui, non si vede traccia di una linea di trasporto pubblico su ferro, anche se si parla in abbondanza di ecologia, di sostenibilità, di bioarchitettura e via discorrendo. Sulle aree ex Falk di Sesto, Renzo Piano, ritorna prigioniero dell'angolo retto. Negli ultimi lavori, da Centro Culturale della Nuova Caledonia all'aeroporto di Osaka, dal grattacielo di Sydney al museo Paul Klee di Berna, sembrava avviarsi ad una ulteriore crescita e ad una sempre maggiore sensibilità spaziale. Qui, a Sesto sembra invece avere smarrito quella felice vena compositiva. La cosa più affascinante del suo plastico-masterplan sono gli scheletri di acciaio delle strutture conservate delle vecchie acciaierie esistenti, ma quelle "cattedrali del lavoro" sono state fatte dagli ingegneri industriali a inizio secolo, non da Renzo Piano. Ma non è tutto. Tre belle mattonelle in ceramica smaltata in brillanti colori arancio, rosso,verde, sono lì per dirci che differenzieranno tra loro una bella sfilza di grattacieli scatolari tutti uguali. Anche qui vien da chiedersi come mai un architetto sensibile come Renzo Piano (che magari avrà anche letto il libro "Una vita operaia", in cui Giorgio Manzini racconta di Giuseppe Granelli, operaio alla Falck, della sua vita in fabbrica e delle sue lotte vissute con i compagni proprio in quei siti) non abbia voluto celebrare la memoria della più grande fabbrica italiana produttrice di acciaio e lamiere, la Falck appunto, utilizzando, almeno parzialmente, lamiere e acciaio per il rivestimento. La vera architettura ha sempre la capacità di dare identità culturale ai luoghi in cui si colloca; qui non succede, nemmeno con i materiali di rivestimento.
Anche questa volta, non ce l'ho fatta a visitare tutti i padiglioni dei Giardini. I due giorni garantiti dal biglietto non bastano certo per una visita davvero approfondita della Biennale che richiederebbe almeno tre giorni interi e poi, diciamo la verità, dormire a Venezia costa sempre una cifra. Come sempre, ho iniziato la visita dal Padiglione Italia. Mettere insieme tredici famosi centri internazionali di ricerca e farli parlare liberamente delle emergenze della città contemporanea è stato come dar forma ad un' arruffata matassa e lasciare che il visitatore vi si districasse come meglio poteva. Troppo difficile cogliervi un filo conduttore. Troppa accademia, troppa ostentata cultura e specializzazione. Cosa c'entra la mappatura di Roma basata sui tracciamenti dei cellulari con le idee di Oma /Amo sui criteri di espansione che dovrebbero seguire gli Emirati Arabi secondo loro? Sono uscito da quel padiglione con la convinzione che si siano riciclate ricerche già pronte nei capaci cassetti di questi famosi centri di ricerca piuttosto che utili indicazioni sugli sviluppi metropolitani futuri delle aree mondiali ad alta densità.
Così, un po' perplesso, ho attraversato il ponticello sul canale e mi sono goduto le belle foto del cantiere del MAXXI. Qui era tutto chiaro, respiravo aria di casa, perché nel cantiere, grande o piccolo che sia, mestieri e saperi si fondono insieme e c'è sempre qualcosa da imparare.
Un paio d'ore, istruttive e piacevoli, le ho poi passate a sentire Lucien Kroll al padiglione francese, quello che avrei senz'altro premiato per originalità ed impegno civile. Lì, tra impalcature di cantiere e brandine militari dove tutti, professori, relatori, studenti, ospiti, personale addetto al padiglione, hanno dormito e mangiato per tutto il tempo dell'esposizione, si discuteva di architettura, di urbanistica, di amministrazione, di ecologia e soprattutto, si sperimentava l'accoglienza e la partecipazione. Due temi sconosciuti a molte delle stars dell'architettura contemporanea, ma non al maestro belga che da decenni è critico nei confronti del Movimento Moderno e di Le Corbusier, del Bahaus e di Gropius, in particolare. Kroll ci insegna a diffidare delle teorie e dell'Accademia, ci spinge a ricercare nella ricchezza della gente, degli utenti, gli stimoli giusti per una corretta progettazione. Lui lo ha fatto concretamente, in diversi parti d'Europa e del mondo ormai, con architetture di grande qualità, intervenendo da decenni in situazioni sempre difficili, risanando concretamente periferie degradate, aggiustando centinaia e centinaia di metri di "case a stecca" e sempre con un'attenzione particolare alla partecipazione degli utenti, progettando fianco a fianco con dei non architetti. Non si tratta di un atteggiamento a suo modo elitario, di una moda anarchico-sessantottina verrebbe da dire, ma di un vero e proprio processo di progettazione, un procedimento che arricchisce chi partecipa e che, nel contraddittorio e nella sperimentazione, si traduce in un diverso modo di costruire e fare architettura .
Molti sono stati i padiglioni nazionali che mi sono piaciuti, in particolare quelli di Giappone, Stati Uniti, Danimarca, Spagna e Islanda. Quello del Giappone, per l'ambiente surreale nel quale ti senti subito immerso e così, a piedi scalzi, ti rendi subito conto che l'architettura non è solo mestiere e spazio ma è anche poesia; quello degli USA, per l'impegno mostrato dalla sua rivista d'architettura più prestigiosa "Architectural Record" che ha saputo organizzare un concorso d'architettura che è diventato uno strumento efficace per suggerire agli amministratori come, e dove, ricostruire le zone distrutte dall'uragano Katrina; quello della Danimarca, per come ha saputo usare dell'urbanistica, dell'architettura e dell'ecologia per proporsi alla Cina come il paese europeo più affidabile per pensare a nuove città; la Spagna, che ha saputo proporre un microcosmo al femminile che dialoga con : amministratori, progettisti, operatori economici, utenti; un padiglione dove si respira un'aria frizzante di modernità che quando esci ti fa venire voglia di dire: viva la Spagna, viva Zapatero, viva le Donne.
Il padiglione dell'Islanda è fuori dagli spazi soliti delle Corderie e dei Giardini, e forse anche per questo lo visiti con più piacere. E' bello imbatterti in un pezzo di Biennale mentre passeggi per calli ed i sottoportici, e anche questa è una piacevole novità. Il plastico del nuovo Centro culturale e musicale che si costruirà sul porto di Reykjavick, dà bene l'immagine di un'opera architettonica di sicuro livello internazionale. Il progettista è l'ottimo studio danese che ha già realizzato l'Opera di Copenaghen: gli architetti Henning Larsen Tegnestue A/S che qui hanno lavorato in perfetta sintonia con l'artista Olafur Eliasson . Quando sarà realizzato, c'è da giurarlo, questa architettura riqualificherà davvero anche il centro cittadino di Reykjavik a cui è collegato da un nuovo percorso pedonale. Le speciali soluzioni adottate per i cristalli di facciata, di cui era visibile il modulo tipo in scala al vero, modificheranno la vista dell'edificio con il mutare della luce del giorno e delle stagioni. Qui l'architettura è anche un po' magia, e approdare al porto orientale di Reykjavick, fra qualche anno, sarà ancora più bello.
La maggiore delusione dai padiglioni nazionali viene da Bernard Tschumi e dalla Svizzera. Qui Tschumi non tenta nemmeno di pensare urbanistica, trasporti, una qualsiasi rete infrastrutturale, prima di metter mano ad un territorio incontaminato e magnifico come questa isola dei Caraibi. Lui, ignorando l'urbanistica, si affida esclusivamente alle forme, liberamente, come capita, capita. Che la Svizzera fosse ormai nota al mondo più per le sue banche d'affari che per il suo cioccolato è ormai acclarato, ma che si arrivi a proporre in Biennale la colonizzazione edilizia-finanziaria di una splendida isola caraibica come esempio di ecosostenibilità ambientale, la dice lunga sugli imbrogli architettonici-culturali legati al potere finanziario, alla bioarchitettura ed ai suoi sempre più numerosi sostenitori.
Li troviamo organizzati ormai nei partiti politici, e non solo, nell'Istituto Nazionale di Bioarchitettura (infaticabile nel proporre i suoi corsi – a pagamento s'intende – per neolaureati delusi dalla loro preparazione universitaria e innocentemente speranzosi di trovar lavoro attraverso una certificazione cartacea che li qualificherà "bioarchitetti"); sono presenti a frotte nell'Università come negli Ordini professionali che vi vedono un magnifico filone culturale da sfruttare per gestire "L'aggiornamento professionale" dei loro iscritti... a tutela del cittadino, naturalmente. Fortunatamente l'esposizione risulta talmente incomprensibile ai più che i suoi danni, ne siamo certi, saranno limitati.
Deludente, molto deludente, il catalogo della mostra. La sovrabbondanza di foto non solo annienta i testi scritti, ma rende i due volumi pesantissimi e poco pratici. Quando si capirà che un catalogo deve essere agile e snello, facilmente consultabile proprio mentre si gira per gli ambienti della mostra? Le fotografie, proprio perché quasi tutte molto belle, potevano tranquillamente essere ridotte di tre quarti almeno. Troppo sintetiche e superficiali risultano poi le descrizioni dei lavori esposti nei vari padiglioni e nelle sedi staccate. Non mancano invece le interviste ai grandi nomi dell'architettura internazionale che dovrebbero dire la loro su "Città, architettura e società" ma che, nella quasi totalità dei casi non fanno che celebrare sé stessi ed il loro ultimo lavoro. Istruttive, in tema con questa Biennale e senz'altro da segnalare, le interviste di Richard Rogers e di Massimiliano Fuksas che, unico fra tutti, cita Bruno Zevi. Così dice Fuksas nell'intervista: "Bruno Zevi mi disse che non era abbastanza essere un grande architetto. C'è una cosa in più nell'essere un buon architetto: L'interesse per la complessità della società".
Ecco, tutto si potrà dire di questa Biennale, e di Richard Burdett in particolare, ma non che sia mancato un vero "interesse per la complessità della società"... e questo è già gran merito per una mostra di architettura.



