09 Novembre 2006
L'architettura del Vorarlberg
“L’architetto è solo un muratore che conosce il latino”.
La famosa affermazione di Adolf Loos, credo possa essere assunta come motto per descrivere un fenomeno tra i più interessanti degli ultimi anni: l’architettura del Vorarlberg. Il toponimo stesso indica il luogo che sta ai piedi dell’Arlberg, il massiccio montuoso che separa l’alta valle del Reno dal Tirolo, barriera di grande rilevanza storica già attraversata dalle legioni guidate da Druso e Germanico, che favorirono l’annessione dell’area all’impero Romano. Nel tardo medioevo, quando la regione gravitava già nell’orbita culturale del feudalesimo germanico, veniva ancora segnalata una parlata dalle caratteristiche reto-romane nelle vallate più lontane dalla città di Bregenz , l’attuale capoluogo posto sulla sponda orientale del lago di Costanza. Tra alterne vicende storiche gli Asburgo riuscirono ad annettersi definitivamente il territorio solo nel 1523 dopo che nel 1451 ne ricevettero la metà dai conti di Monfort. Uno degli avvenimenti decisivi fu quello dell’ immigrazione di alcuni gruppi di contadini valdesi (walser) intorno al 13° secolo nella regione montuosa del Bregenzerwald, che rappresenta tutt’oggi, l’area geografico-culturale più integra rispetto al fondovalle renano assai prospero ed industrializzato sin dal 19° secolo.
Alcuni dei principi fondamentali dell’architettura locale si rifanno alla cultura contadina del Bregenzerwald, caratterizzata da un rispetto quasi mistico per l’ambiente naturale, da tradizioni e stili di vita spartani, (o anche sobri) e da una certa tensione dialettica nei confronti delle realtà esterne. Un esempio su tutti: l’apertura del tunnel ferroviario dell’Arlberg, avvenuta agli inizi del secolo scorso, venne salutata tra l’esultanza generale, come la fine di un lungo isolamento della regione dal resto dell’Austria. Nell’ultimo cinquantennio é avvenuta una costante trasformazione socioeconomica che ha portato la regione, con soli 350.000 abitanti, ad essere una tra le più ricche d’Europa. La concomitanza di due fondamentali avvenimenti nel 19° secolo ha sicuramente fornito una spinta decisiva verso lo sviluppo: la regolamentazione fluviale del bacino renano e la crescita delle attività industriali nel settore tessile grazie anche all’opera pionieristica di grandi personalità.
La famiglia di John Douglass, industriale tessile proveniente dalla Scozia, insediatasi nel 1837 nei pressi del villaggio di Thueringen, che ebbe come discendente il celeberrimo Norman Douglass cittadino onorario di Capri e visitatore della Messina post- terremoto, testimonia in modo esemplare l’influsso di una grande figura imprenditoriale nella storia della regione, che talora assume i connotati di una piccola patria legata più alla confinante Svizzera che a Vienna, dalla quale sembra distare anni luce per valori e stili di vita, al punto che nei tumultuosi anni successivi al crollo dell’impero Asburgico la capitale dovette fare i conti, perfino con un tentativo fallito di secessione da parte del Vorarlberg. Esemplare è in tal senso un movimento popolare diffusosi intorno agli anni 70, precursore di tante future rivendicazioni regionaliste su altri proscenii, che chiedeva maggiore autonomia nei confronti della capitale.
Le principali caratteristiche della realtà socio-economica del Vorarlberg, e le conseguenti implicazioni che esse assumono per l’architettura si possono riassumere in:
- Presenza, di un ambiente culturale favorevole alla crescita economica, ed alla competizione tra le aziende (sopratutto sul piano internazionale).
Particolarmente efficace risulta il grado di collaborazione tra le varie istituzioni ed i cittadini, anche nel caso di importanti processi decisionali. Le istanze ecologiche o sociali, ad esempio, non solo hanno rappresentato negli ultimi decenni un input significativo per la crescita, ma sono diventate parti integranti del sistema produttivo contribuendo ad elevarne il tasso d’innovazione, anche attraverso la ricerca sulle fonti energetiche alternative, e rendendo possibili soluzioni tecniche avanzate nel settore edilizio.
Credo sia doveroso, a questo punto, fare alcune considerazioni:
Nella realtà economica contemporanea è assai arduo dedicarsi all’ architettura senza il supporto di un modello industriale competitivo, che nonostante abbia finalità divergenti da essa, facilita la realizzazione di opere di elevato livello formale, funzionale e tecnico. Una società come quella del Vorarlberg, partendo da una condizione di relativo provincialismo culturale, è riuscita in pochi decenni, attraverso una crescita economica impetuosa, ad imprimere una svolta decisiva al proprio destino senza pagare un prezzo elevato in termini di degrado ambientale o di sradicamento culturale.
- Tendenza diffusa tra gli architetti a interpretare in chiave critica il rapporto tra tradizione architettonica locale e tendenze dell’architettura e delle arti grafiche in campo internazionale.
La scuola di Ulm (HFG) per esempio, fondata nel 1954 ed ispirata al modello del Bauhaus, ha rappresentato un punto di riferimento significativo. Sorprende semmai l’assenza di quelle forme organizzative in grado di produrre una qualsivoglia scuola del Vorarlberg. Piuttosto un variegato e vivace panorama culturale nel quale un gruppo di giovani architetti assieme ad alcuni artigiani, motivati dalle richieste dei committenti, a progettare alloggi dai costi contenuti, diede inizio alla fine degli anni 70 ad una sorta di rivoluzione (rifiutando polemicamente l’iscrizione all’ordine degli architetti) che avrebbe modificato il panorama architettonico locale e la cultura dell’abitare. La polemica, si rivolse nei confronti di certe vecchie tradizioni formali che rischiavano di rappresentare il paesaggio storico alpino come una sorta di Heidiland per turisti, della impetuosa trasformazione urbana, di un territorio assai delicato ed ecologicamente complesso, ma soprattutto contro una certa tradizione costruttiva tardo moderna rappresentata ad esempio da tipologie residenziali a torre e dall’uso massiccio del cemento armato. Nulla di nuovo a prima vista rispetto alle tante realtà regionali europee. Forse. Nel caso del Vorarlberg si ha tuttavia la sensazione che le risposte, sia pur negli inevitabili limiti e contraddizioni che ogni società esprime, siano state non solo adeguate ma abbiano innescato un processo che tutt’oggi, nonostante il tempo trascorso, risulta assai dinamico e foriero (si spera) di ulteriori sviluppi. In tal senso, uno dei migliori esempi è dato dal rapporto tra impresa e design, attraverso il quale realtà produttive locali hanno raggiunto dimensioni e/o livello d’eccellenza internazionali.
- Decisione nell’attuare una gestione territoriale legata alla propria tradizione storico-culturale, e nell’adottare politiche urbanistiche calibrate per l’ecosistema regionale. Dall’autostrada al giardino.
L’osservatore esterno, non potrà fare a meno di notare, tra l’altro, l’utilizzo “estensivo” del territorio, a fini edificatori, attraverso la diffusione capillare di tipologie edilizie caratterizzate da abitazioni singole con al massimo 2 o 3 piani e dotate di ampio giardino, oppure la limitazione nello sviluppo verticale degli edifici pubblici, anche in contesti urbani densamente edificati. Sembra superfluo aggiungere che né le grandi imprese edilizie né tantomeno ipotetici ambienti lobbistico-affaristici riescono a imporre i propri interessi all’intera società, risparmiandole diseconomie che comprometterebbero lo sviluppo futuro. Esemplare è, in tal senso, il grande parco naturale situato in posizione baricentrica sulla valle del Reno, e circondato dalle aree urbanizzate, comunemente denominato “ried” (campagna) che assume un ruolo cardine per ogni politica del territorio e viene gelosamente custodito dalle associazioni, dai singoli cittadini e dalle istituzioni locali non appena viene ventilata l’ipotesi di un suo utilizzo, seppur parziale, a fini edificatori. Un tale atteggiamento comporta dei costi, in termini di disponibilità delle aree, anche per le generazioni future, suscitando talora significativi dibattiti, anche se va detto che i compromessi sin qui raggiunti, se hanno permesso una politica urbanistica dei piccoli passi, si sono rivelati in certe occasioni assai pragmatici e lungimiranti poiché vaste aree del territorio sono state adibite ad ospitare attività terziarie commerciali e produttive, che pur tra inevitabili “sconcezze” edilizie (ipermercati e simili), hanno razionalizzato, un fenomeno dai risvolti spesso negativi per gli assetti territoriali e ambientali di tante realtà urbane europee. Una volta individuate determinate aree paesaggisticamente marginali e dotate di buoni collegamenti si è pensato di potenziarne le infrastrutture concentrando in esse le attività terziarie, liberando i centri urbani e le periferie da un peso schiacciante in termini di traffico e d’inquinamento poiché la regione, posta al confine tra Austria, Germania e Svizzera, rappresenta geograficamente un’importante crocevia sia per i flussi economici soprattutto in direzione Nord – Sud, che per quelli turistici (molto intensi).
Che il modello, assai sinteticamente descritto, sia esente da contraddizioni e non necessiti di un generale ripensamento è assolutamente falso. Ad esempio un modesto aumento degli indici fondiari, qualora fosse realizzato, consentirebbe di risparmiare notevoli superfici verdi. O una maggiore apertura nei confronti di nuove idee, portate avanti anche da alcuni architetti (in parte provenienti dalle università ed accademie viennesi), potrebbe stemperare una latente staticità da parte di un insieme di progettisti, amministratori e cittadini che pur sostenendo legittimamente la propria “visione” finisce talvolta col frenare la vitalità culturale della regione. Sbaglierebbe tuttavia chi pensasse che le generiche categorie di conservazione e progresso, si possano applicare facilmente a questa società. Bisogna pensare ad una realtà in cui la compattezza sociale (perlomeno per una maggioranza significativa della popolazione) la moderazione intesa quasi come una filosofia di vita, e la condivisione di determinati valori, (specie se si fondano su una critica verso stili di vita giudicati eccessivamente urbani), rappresentano una sorta di imprinting inequivocabile che la società trasmette agli individui fin dall’età scolastica. Per esempio l’amore e il rispetto per la natura influenzando in modo significativo l’esistenza dei singoli determinano inevitabilmente anche la percezione estetica e quindi il futuro interesse nei confronti di un certa architettura.
La Storia recente
Intorno ai primi anni 80 (anche se i decenni precedenti fecero da apripista) e sulla scia dei grandi mutamenti economici nella scena mondiale innescati dalla crisi petrolifera del decennio precedente, architetti, artigiani e committenti, proposero con notevole spirito d’azione, nuove tipologie edilizie, e un nuovo (rispetto alla tradizione) linguaggio architettonico nel quale era, ed è possibile scorgere l’influsso del razionalismo europeo, e nelle motivazioni ideali, l’eco lontano di un certo spirito naturalista critico verso alcuni aspetti della modernità. Per ragioni economiche si adottò il legno come materiale costruttivo, sia per le strutture che per i vari componenti edilizi. Una simile scelta avvenuta di pari passo con lo sviluppo dell’industria locale dei derivati dal legno, condizionò da allora in modo determinante l’aspetto dei manufatti che assumono un carattere particolare, legato al contesto. Parallelamente le istanze ecologiche favorirono l’attuazione di politiche atte a contenere i consumi energetici attraverso il cofinanziamento di impianti termosolari, e più in generale a migliorare la qualità edilizia, subordinando l’erogazione di incentivi economici per la costruzione dei nuovi edifici ad una serie di direttive “ecologiche” valide in ambito regionale. Attualmente non è possibile ottenere alcun finanziamento senza attenersi alle prescrizioni ed ai controlli dell’istituto regionale per l’energia (Energiesparverein) che svolge un ruolo cruciale nell’orientare il lavoro dei progettisti, condizionando in taluni casi alcune prerogative professionali, ad esempio in materia di soluzioni spaziali. Immaginare tuttavia tensioni e/o malumori tra i progettisti è assolutamente fuorviante poiché l’etica professionale degli architetti del Vorarlberg si fonda sull’assunzione cosciente (contraddizioni incluse) di tali istanze che infine determinano, in senso lato, la forma e l’aspetto dei manufatti.
Il valore straordinario dell’opera di questi architetti consiste quindi nell’aver superato i problemi derivati dall’impatto con il modello economico consumistico, sostanzialmente estraneo alla propria tradizione, secondo un processo dialettico assai dinamico alternando spesso in modo efficace aperture e chiusure nei confronti dei grandi mutamenti avvenuti sulla scena internazionale. Inoltre la loro ricerca tipicamente individualistica espressa anche attraverso il rifiuto di standardizzare il proprio lavoro rende difficile perfino il riconoscimento delle opere realizzate da uno stesso progettista. Di parziale eccezione si può parlare nel caso degli architetti **Baumschlager & Eberle, **e Dietrich & Untertrifaller (http://www.dietrich.untertrifaller.com) tra i pochi ad aver avuto, incarichi di notevole rilevanza anche al di fuori della regione. I loro progetti mostrano tra l’altro:
- una elaborazione sofisticata delle tendenze formali e stilistiche contemporanee in relazione alle esigenze specifiche del contesto, mostrando una padronanza tecnica e compositiva di prim’ordine;
- un continuo confronto dialettico con la realtà locale, talvolta caratterizzata da scetticismo verso le innovazioni (tutto ciò ha contribuito alla crescita professionale di molti studi di progettazione)
- una disinvoltura nella sperimentazione, attraverso il confronto con vari orientamenti nel campo architettonico degli ultimi decenni, che passa facilmente da suggestioni plastiche a linguaggi razionalisti (magari utilizzando accostamenti audaci tra i materiali), o citazioni storiche assai rigorose.
Il loro esempio positivo, imitato dai molti epigoni locali che in modo più o meno cosciente si rifanno alle loro opere senza mostrare tuttavia la stessa tensione creativa e forte personalità, concorre involontariamente a causare un certo scadimento del ruolo professionale, talvolta sconcertante, per esempio attraverso la tendenza da parte di molti (troppi) architetti locali ad interpretare il proprio ruolo alla stregua di un agente di marketing delle imprese edilizie, anche se va detto che la vitalità della cultura architettonica nel Vorarlberg è stata fin’ora in grado di inibire tali tendenze.
Architetti dell’ultima generazione come Matthias Hein, Crukrowicz & Nachbaur oltre ai consolidati Lenz & Kaufmann, Ritsch, oppure al duo Marte & Marte, tra gli altri, convincono per la coerenza e determinazione mostrata in alcuni dei loro migliori progetti. Senza dilungarsi quindi nell’analisi della vasta produzione architettonica degli ultimi 20 anni, che si concentra in un’area piuttosto ristretta costituita idealmente da un cerchio di qualche decina di chilometri di diametro, si è pensato di allegare le immagini nel tentativo di rappresentare meglio un fenomeno che può esser definito, senza eccessiva enfasi, come una splendida avventura ancora in corso, e dagli sviluppi in parte inediti.
Il testo seguente è una sintesi estrapolata da un colloquio privato avuto con Robert Fabach, giovane architetto austriaco diplomatosi nel 1995 all’accademia delle arti applicate di Vienna, sotto la guida tra gli altri di H.Hollein. Attualmente svolge nel Vorarlberg sia il ruolo di progettista accanto alla compagna Heike Schlauch, che quello di critico di architettura per diverse riviste (Architektur Aktuell, Vorarlberger Nachrichten, Kultur,...). A lui abbiamo posto alcuni interrogativi per meglio chiarire gli aspetti complessi del fenomeno Vorarlberg.
D. Credi che il modello Vorarlberg sia in qualche modo esportabile anche in realtà socialmente ed economicamentre caratterizzate da realtà molto diverse?
R. No. Comunque si possono individuare alcuni sviluppi e tentare di adattarli nelle più svariate realtà. Tutto ciò che retrospettivamente viene considerato come modello è il risultato di un lungo processo in cui si sono susseguiti avvenimenti politici, economici e sociali con un certo grado di casualità. Storicamente poi i movimenti degli anni 60 e 70 hanno influito in modo determinante più sui singoli che collettivamente. L’ecologismo ha svolto sicuramente un ruolo essenziale tanto da essere considerato, a differenza di altrove, parte fondamentale del sistema. Forse l’aspetto più “universale” di tale modello è rappresentato dalla stretta collaborazione tra progettisti ed artigiani o al lavoro in partnership tra gli architetti ed i vari tecnici specialisti.
D. Mi sembra che il dibattito architettonico nel Vorarlberg non focalizzi in modo efficace le questioni poste da uno sviluppo economico dalla rapidità eccezionale che modifica incessantemente il paesaggio agricolo e urbano. Credo che manchi la decisione nell’affrontare le questioni delle grandi aree marginali, sfruttate per gli insediamenti del terziario, mentre ci si concentra troppo sui centri urbani e sulle singole architetture.
R. Credo che tu sopravvaluti il ruolo dell’architetto. Nella gestione del territorio gli attori principali sono gli amministratori comunali e regionali, i committenti, e gli esperti vari. Mancando poi una struttura centralizzata (forse non la si è voluta creare...) che sovrintenda alle varie decisioni in materia di politica territoriale, le scelte vengono fatte dagli amministratori locali ai vari livelli previsti dalla legislazione.
D. E’ possibile scorgere, nell’attuale dibattito culturale nel Vorarlberg, una tendenza ad affrontare le tematiche architettoniche con uno spirito più “universalista”? Intendo con ciò una serie di questioni che riguardano il futuro ruolo degli architetti, dalle competenze, finalità e prerogative progettuali, alle funzioni degli ordini professionali, fino alla discussione sul ruolo effettivo che gli architetti svolgono oggi nella società: se esso debba essere interpretato in senso artistico o ingegneristico.
R. L’architettura del Vorarlberg si definisce sostanzialmente in funzione di una concretezza “costruttiva” che presuppone un certo distacco dalle suddette questioni. Direi che da un’analisi complessiva del fenomeno è comunque possibile intravedere tali problematiche. Per poter trarre delle conclusioni bisogna fare riferimento all’attività dei singoli progettisti relativamente ad alcuni periodi storici. Non credo che gli architetti del Vorarlberg in genere interpretino la loro professione in senso artistico, piuttosto li vedo affrontare questioni socio-economiche e tecniche in modo molto sensibile.
D. Credi sia possibile aprire un dialogo tra gli architetti e gli artisti del Vorarlberg? Mi sembra che il tuo lavoro si orienti in questa direzione.
R. I dialoghi o discussioni sono processi che proprio in questa realtà sono difficilmente “governabili”, nel senso che essi in assenza di un centro universitario col relativo ambiente culturale non riescono ad incidere in modo organico sul dibattito architettonico. Io non interpreterei questo fenomeno come “deficienza” piuttosto come “assenza” nel senso che dialoghi e contrapposizioni qui sono sempre avvenuti ma in forme qualitativamente peculiari. Parlerei quindi di discorso consolidatosi nel tempo in relazione all’aspetto fattivo del costruire, sia in termini di accettazione che di negazione delle consolidate tradizioni edilizie. Sono impegnato personalmente a favorire il dialogo tra arte e architettura, per esempio partecipando al recente dibattito svoltosi al KUB (Kunsthaus Bregenz) che ha suscitato reazioni molto interessanti.
D. Ho l’impressione che in questo contesto culturale l’aspetto economico abbia il sopravvento su tutto, riducendo l’architettura ad attività “industriale” i cui prodotti (manufatti) sono soggetti alle leggi del mercato.
R. Crescita costante degli studi di progettazione, concorrenza interna e ricerca di nuovi mercati come logica conseguenza. Lo studio Baumschlager & Eberle, per esempio, ha intrapreso questa strada secondo una propria scelta finalizzata alla crescita economica. Io credo che si possano esportare sia la tecnologia, che le singole soluzioni architettoniche e formali attraverso le riviste o il turismo specializzato. La questione rilevante riguarda però le motivazioni, i processi, e le strutture che favoriscono la creazione di determinate opere. Certamente per ciò che riguarda l’aspetto immediato dell’architettura ridotta a particolari dettagli formali si può parlare di moda e dei fenomeni ad essa connessi. L’architettura del Vorarlberg è sempre stata artigianale, mai industriale. La differenza è di notevole importanza, credo. Molte architetture, soprattutto quelle avulse dal contesto locale sembrano assumere le caratteristiche di manufatti prodotti industrialmente. Io la ritengo una forzatura interpretativa poiché alla base del processo edilizio locale si colloca una cultura artigianale complessa, dinamica e di grandissima qualità nonché aperta verso l’innovazione. Ovviamente in alcuni edifici si verifica questa riduzione del manufatto a “prodotto” soprattutto quando esso viene ripetitivamente proposto, senza alcuna relazione, in contesti diversi tra loro. Forse esiste una tendenza interpretativa volta a classificare le opere d’architettura secondo le categorie del marketing, anche se la critica architettonica presta molta attenzione a riguardo. Mi sembra comunque che, in generale, si tratti di una questione aperta.
D. Cosa ti senti di affermare sul ruolo degli architetti del Vorarlberg nel processo progettuale? Mi riferisco ad esempio ad una eccessiva economizzazione del processo progettuale per cui un architetto centellina il proprio impegno secondo la remuneratività prevista nelle varie fasi. Ergo: percentuali basse = poco tempo dedicato, equazione accettata da parecchi professionisti che nel caso del progetto preliminare rappresenta una delle contraddizioni più eclatanti, poiché esso delinea la tipologia e l’aspetto dell’edificio nonché le sue relazioni col contesto, necessitando di un notevole sforzo creativo tradotto in parecchie ore di lavoro.
R. Gli architetti del Vorarlberg interpretano la loro professione cercando di ottimizzare in modo manageriale la loro attività senza che questo comporti particolari tensioni. Non esiste nella loro cultura professionale una cesura netta, per così dire, tra management progettuale e finalità dell’architettura, anche se sono d’accordo nel criticare chi pensa esclusivamente all’ottimizzazione della propria parcella poiché tutto ciò si riflette, in termini di qualità sul progetto e infine sul manufatto.
D. Si può interpretare la Kunsthaus di Bregenz (KUB) progettata da Peter Zumtohr come un’opera paradigmatica dell’architettura del Vorarlberg?
R. Il KUB mostra certe caratteristiche d’impronta minimalista senz’altro riconducibili ad altre opere nella regione. Aggiungo che la sua essenzialità funzionale, l’aspetto sobrio e la chiarezza formale sono fondamentali e presenti nell’architettura locale. Tuttavia il KUB pur svolgendo il ruolo di catalizzatore mediatico mi sembra un’opera nel Vorarlberg e non viceversa dal Vorarlberg, una specie di oggetto calato dall’alto. Io tenterei un’operazione di riduzione a modello paradigmatico per le opere architettoniche più significative della regione anche tra quelle che hanno svolto storicamente il ruolo di apripista verso l’evoluzione della cultura architettonica locale degli ultimi 20 anni.



