Intervista a Kyohei Sakaguchi

Quando “il meno non é il piú” ma Zero Yen House

 

Spazio Architettura – Cosa o chi l’ha ispirata a fare una così ampia ed inusuale ricerca?

Kyohei Sakaguchi – Quando ero giusto un ragazzo ricordo di aver fatto una capanna sotto la scrivania nella mia camera. Gradualmente ho sviluppato un’interesse verso l’architettura ed ero deciso a diventare presto un’architetto. All’università, comunque, l’esperienza di studiare architettura è stata molto diversa da quello che mi sarei aspettato ed è stata deludente. Spesso trovavo il modo per evitare di andare a scuola e girovagare invece per le strade. In un’occasione ho incontrato un senza-tetto che da 20 anni viveva, lungo le rive del fiume, in una casa che si era costruito usando ogni tipo di materiale di scarto trovato a Tokio. Questo “sistema costruttivo” è, a mio parere, simile a quello usato nei villaggi africani per costruire i loro ripari.
Ho anche incontrato, e questo è molto interessante, uno che aveva costruito questo tipo di abitazione e l’aveva attrezzata con pannelli solari grazie ai quali poteva guardare la televisione… e mi disse che avrebbe voluto anche un computer!
Credo che zero yen houses siano nella loro essenza sia primitive che futuristiche. Il loro intrinseco principio-guida condizionerà la costruzione di abitazioni nel prossimo futuro ed è per queste ragioni che ho deciso di esplorare e studiare questo tipo di costruzioni.

SA. – Pensa che i rifugi self-made dei senza-tetto possano essere usati con successo come soluzione abitativa in occasione di emergenze sociali ed umanitarie quali tsunami, uragani e terremoti?

KS. – Tale possibilità non esiste, perchè è difficile identificare un prototipo in questa ampia varietà di materiali e sistemi costruttivi. Comunque, il concetto creativo di fondo può essere sicuramente usato. Dobbiamo essere coscienti del fatto che tutti gli edifici sono suscettibili di distruzione, quindi dobbiamo essere in grado, soprattutto durante le emergenze, di costruire facilmente ripari usando i materiali disponibili in quel momento e in quell’area limitata. Questo è quanto hanno sempre fatto i giapponesi, dopo devastanti terremoti. Hanno costruito “baracche” usando solo quello che hanno potuto trovare nelle immediate vicinanze.

SA. – C’è stata qualche tipo di reazione alla sua ricerca da parte dell’establishment architettonico (studiosi, critici, professionisti) giapponese?

KS. – No, assolutamente nessuna.