Quando “il meno non é il piú” ma Zero Yen House

Il testo inglese è di Alessandra Madau.

Quando parliamo di insediamenti abusivi, di slums o di favelas la nostra mente corre subito alle metropoli delle nazioni in via di sviluppo, non alle città dei paesi industrializzati. Invece, il lavoro, decisamente fuori dal comune, di Kyohei Sakaguchi, architetto di 28 anni di Tokio, porta alla nostra attenzione la carica creativa dei senza-tetto e degli emarginati della Tokio contemporanea. Creatività che si esprime nei self-made rifugi che, con sempre più frequenza, appaiono e scompaiono nei parchi urbani e lungo le rive del Sumida River. Anche se qualcuno di essi lavora, non può comunque permettersi di affittare, per non dire comprare, un appartamento nella costosissima capitale del Giappone.

La polizia fa spesso raids per sloggiare questi senza-tetto dai parchi e dalle rive del fiume, quindi le case devono essere, per forza di cose, facilmente smontabili e, finito il raid della polizia, facilmente rimontabili.

In una mostra, Zero Yen House (come il libro pubblicato nel 2004) alla Vancouver Art Gallery, Canada, (23 settembre 2006 - 1 gennaio 2007) l’architetto giapponese illustra il suo lavoro, incentrato sulla ricostruzione di un’”abitazione”, di proprietà di un ingegnere, e da lui scoperta lungo le rive del Sumida River. La struttura, facilmente smontabile e trasportabile, è fornita di un economicissimo pannello solare che fornisce energia elettrica per sei ore per l’illuminazione, la televisione e la radio. Un piano strutturale, una sorta di istruzioni per il montaggio, semplifica come smontare e rimontare rapidamente la casa.

L’ampia ricerca di Sakaguchi, documenta questo genere di architettura spontanea e include anche piante di case, fotografie, filmati, disegni tecnici e libri. L’architetto mette in evidenza la singolarità di ogni abitazione e le varie ”strategie” usate per edificarle. Malgrado il suo scetticismo (vedasi l’intervista), queste strategie sembrano utilissime per un approccio architettonico creativo che ricorda il prototipo di casa-transito per i profughi del Kosovo. L’iniziativa, sponsorizzata da Architecture for Humanity (1999-2000), era tesa a promuovere soluzioni architettoniche immediate e rifugi “leggeri” per le crisi gobali, sociali ed umanitarie.

Minimaliste per necessità, le abitazioni dei senza-tetto di Tokio, sono ben costruite, ben curate e qualche senza-tetto può anche permettersi il lusso del tatami. I materiali usati si possono trovare, per pochi Yen, in qualsiasi negozio per materiali edili. Piccoli giardini e bonsai mostrano quanto gli inquilini siano, nella spiccata tradizione Zen, sensibili all’ambiente circostante.

Anche se qualcuno dei senza-tetto avrebbe diritto ad una anonima, impersonale e, probabilmente, squallida casa popolare, preferisce vivere in questi rifugi, precari, minimi ma carichi di umanità. É soprattutto l’umanità di questa architettura che ha catturato l’attenzione di Sakaguchi.

Queste case incarnano la semplicità e la funzionalità e sono un tutt’uno con il loro ambiente, come la casa del té di Rikyu Sen”, dice Sakaguchi, che specifica, a scanso di equivoci “Non voglio idealizzare la situazione in cui si trovano i senza-tetto, ma in un mondo in cui la maggior parte di noi vive in scatole di calcestruzzo massificate, Zero Yen Houses sono preziosi lavori d’arte e meritano questo riconoscimento.(1) Un ragguardevole esempio di forme architettoniche create con ammirabile talento e abilità da costruttori non specificamente istruiti e privi di preconcetti.

Quando gli architetti occidentali, Frank Ll. Wright in testa, decidono di abbandonare gli aridi precetti dello storicismo e dei revivals ottocenteschi, e di liberarsi del fardello ornamentale, la chiarezza espressiva delle linee, delle forme e della funzionalità dell’architettura giapponese diventa una fonte di ispirazione ineguagliabile.

C’è una buona dose di ironia nel fatto che per alleviare il proprio deterioramento fisico e mentale la gente di città scappi periodicamente alla sua, splendidamente arredata, tana per cercare la beatitudine in quello che pensa sia un intorno primitivo: una baita, una tenda o, se è di vedute meno limitate, un villaggio di pescatori o una città di collina all’estero. A dispetto delle sua mania per il conforto meccanico, la possibilità di trovare relax è ancorata alla sua assenza.(2)

Parte dei nostri problemi risulta dalla tendenza ad attribuire agli architetti… un’eccezionale comprensione dei problemi del vivere quando, in verità, la maggior parte di essi è interessata solo agli affari e al prestigio.(3)

L’ammirevole lavoro di Sakaguchi documenta invece quanto l’architettura senza architetti *possa iniettare una salutare dose di umiltà in un corpo minato dal fascino degli “affari” e del “prestigio*”. La saggezza dell’architettura dei senza-tetto va oltre il soddisfacimento dei bisogni primari e di canoni estetici; essa produce una forma di architettura organica che va salvaguardata e divulgata senza esitazioni, nonostante l’olimpico disinteresse mostrato dalla storiografia e dalla critica accademiche.

 

Note:

(1), Hiroko Tabuki, Associated Press, Japan homeless become unwitting architects, Mar. 17, 2006

(2), Bernard Rudofsky, Architecture Without Architects, University Of New Mexico Press – Albuquerque 1999 [MoMA, New York 1964]

(3), Bernard Rudofsky, Architecture Without Architects, University Of New Mexico Press – Albuquerque 1999 [MoMA, New York 1964]