05 Luglio 2006
Architettura moderna? Al rogo!
Non essendo riuscito ad affossare il progetto di Richard Meier per l’Ara Pacis a Roma, Vittorio Sgarbi cerca miglior fortuna in provincia tentando di linciare un’altra architettura moderna. Che il nostro non sia particolarmente ferrato in architettura è fatto notorio, che rimpianga l’ordine e gli ordini è altrettanto noto così come lo sono gli insulti gratuiti e le intemperanze, non solo verbali, a cui si lascia spesso andare senza grandi risultati.
Non sorprende quindi il manifesto, a sua firma, a sostegno di un candidato sindaco alle recenti elezioni comunali di Pessago con Bornago. Documento in cui un’intervento architettonico moderno, il Centro Polifunzionale dei comuni di Pessano con Bornago e Gorgonzola, viene preso a pretesto per fare propaganda politica a colpi di banalità, nostalgia, insulti. Con risultati fortunatamente disastrosi: il candidato è stato infatti solennemente trombato.
Quel “poveretto” apostrofato nel manifesto sgarbiano è in realtà una “poveretta”, Laura Rocca, architetto brianzolo progettista del “ridicolo archivio cartaceo”. Titolare dello studio Roccatelier associati, è una delle facce nuove dell’architettura italiana. Non ancora trentenne vince, nel 1999, il premio Dedalo alla committenza under 40 e i suoi principali progetti vengono pubblicati su riviste italiane e internazionali ed esibiti in mostre collettive. Tra le sue opere emergono 5 abitazioni a Monza (premio Dedalo), l’ampliamento del cimitero di Bornago, l’asilo nido di Sesto San Giovanni e le case a schiera di Ruginello. Opere in cui trova piena espressione la propria originale ricerca linguistica che rifiuta ogni cedimento alle sirene del “genius loci” per agganciarsi alle correnti più vitali della ricerca architettonica contemporanea che nell’Italia parrocchiale e rancorosa, impersonata da Sgarbi, stentano a emergere e ad affermarsi.
Una ricerca che, lungi dall’essere arbitraria o estemporanea, si ancora stabilmente alla storia. Per il progetto del Consorzio Industriale, l’ispirazione è venuta da un passo di “L’essai sur l’architecture” (XVIII secolo) dell’abbate Laugier: “La città è come una foresta. Le vie dell'una e i viali dell'altra sono la stessa cosa & bisogna che un Le Nôtre ne disegni la pianta, che vi metta gusto e discernimento, affinché si possano incontrare ad un tempo ordine e bizzarria, simmetria e varietà; che qui si veda una stella, là una zampa d'oca, da quella parte delle strade a spiga, dall'altra delle strade a ventaglio & applichiamo queste idee e facciamo sì che il disegno dei nostri parchi serva come modello per pianificare le nostre città & Ci sono città in cui le vie sono perfettamente rettilinee & esse sono afflitte da una insipida regolarità e da una gelida uniformità & in tutte le cose cerchiamo di evitare l'eccesso di regolarità e di simmetria. Quando si insiste troppo sulla stessa sensazione, la si ottunde; chiunque non faccia mutare i nostri piaceri, non arriverà mai al fine di piacerci. Dunque non è un problema da poco quello di definire il piano di una città in modo che la magnificenza dell'insieme si suddivida in una infinità di bellezze particolari tutte diverse, che non vi si incontri quasi mai gli stessi oggetti, che si trovi in ogni quartiere qualcosa di nuovo, di singolare, di avvincente, che vi sia ordine e tuttavia una sorta di confusione, che tutto sia in linea retta ma senza monotonia, e che da una moltitudine di parti regolari risulti una certa idea di irregolarità e di caos che ben si adatta alle grandi città. Occorre per questo possedere eminentemente l'arte delle combinazioni".
Con questi presupposti nasce il progetto non di un’edificio ma di un piccolo brano di città, con un ricco programma edilizio: archivio, autorimesse, uffici, depositi, servizi. Metodologia urbatettonica che, non solo lascia aperta la possibilità per ulteriori future espansioni senza per questo compromettere l’identità funzionale e formale dell’insieme, ma mira a colmare lo iato sempre più profondo che separa l’urbanistica e l’architettura contemporanee.
Costi contenuti e manutenzione nel tempo hanno spinto ad una selezione quasi spartana dei materiali: cemento armato, acciaio, vetro e pannelli traforati in alluminio. Materiali emblematici dell’industrializzazione e quindi potenzialmente freddi e anonimi. Ma in questo intervento il pericolo di scadere nel banale viene sventato grazie ad un’articolazione-accatastamento, particolarmente felice, dei pannelli. La traforatura conferisce un’aria di trasparenza, ariosità e leggerezza all’intera struttura. La rigidezza planimetrica imposta dalle destinazioni d’uso viene sapientemente disintegrata nella terza dimensione con quei piani sghembi che ben riflettono le “irregolarità e il caos” della città contemporanea. Piani sghembi che, di rimando, dinamizzano anche la parete di recinzione verso la strada, riscattandola così dalla marginalità progettuale.
Last but not least: in un momento in cui i costi di costruzione di edifici pubblici subiscono impennate scandalose è raro trovare opere che rientrino nel budget. Nel nostro caso c’è stato addirittura un risparmio del 9%. Lode dunque a Rocca che ci mostra il lato nobile della professione, quell’impegno civico-sociale che pone come presupposto irrinunciabile l’uso coscienzioso dei fondi pubblici. Qualcosa che raramente sfiora la mente, e la tasca, delle nostre stars e dei nostri politici.
Ci sarebbe da chiedersi, infine, cosa diavolo c’entri l’“identità dei luoghi”, se non sapessimo a menadito che questo è il solito banale ritornello che nostalgici, demagoghi e populisti di ogni latitudine ripetono a pappagallo quando si tratta di silurare opere moderne e favorire le retrocessioni culturali.
L’architettura, pare fin troppo banale rimarcarlo, ha la sua ragione d’essere proprio nel determinare l’identità dei luoghi e questo sin dagli albori dell’umanità: dai dolmen a Villa Adriana, dai menhir al Sacro Speco di Subiaco, dai nuraghi alla cappella di Ronchamp è un susseguirsi di segni che strappano un luogo alla natura e lo consegnano alla cultura. La città, quale massima espressione della nostra cultura, racchiude nelle sue stratificazioni storiche i differenti, e spesso contrastanti, approcci alla definizione della propria identità formale. Perchè sono così affascinanti Firenze, Venezia, Roma? Perchè hanno sempre rifiutato d’imboccare il vicolo cieco della tradizione e l’accanimento terapeutico su concezioni ormai morenti. Perchè non hanno mai avuto paura del nuovo, delle menti libere e creative. E per non aver dato ascolto agli Sgarbi di allora.
Chissà cosa sarebbe accaduto, nella millenaria storia dell’architettura, se invece di menti fertili, aperte ci fossero affermati i nostalgici sostenitori del bel tempo che fu.
Atene (V secolo a.C.). Ve li immaginate i poveri Ictino e Callicrate, Filocle e Mnesicle geniali autori del Partenone, del tempietto di Athena Nike, dell'Eretteo, dei Propilei, accusati da un’oscuro tribuno di Atene di non rispettare l’identità dell'Acropoli, la cui rocca originaria, secondo gli storici, "non risulta essere mai stata coperta da qualcosa". (L. Mumford)?
Ve lo immaginate Pericle, padre politico del piano di edificazione dell'Acropoli, cedere alla retorica sul "sacro colle"?
Quando mai una inaspettata, "clamorosa testimonianza anticlassica" (B. Zevi) e una "rottura rivoluzionaria della tradizione", (C. Norberg-Schulz) sarebbe venuta alla luce?
Venezia (V secolo d.C., prima metà del XIV secolo). Ve lo immaginate il “gruppo di padovani fuggiti nel V secolo d.C. sulle isole della laguna per non cadere nelle mani degli invasori" (L. Mumford) che fonda Venezia, accusati di violare l’identità della laguna?
Che dire della basilica di San Marco “scimmiottata da modelli” stranieri “senza nessuna pazienza e senza nessuna identità dei luoghi”?
Che dire della piazza per costruire la quale furono distrutti i frutteti intorno alla basilica?
Se l’aristocrazia veneziana fosse stata composta di oscuri tradizionalisti invece che "di mercanti coraggiosi e fortunati..." (G.C. Argan), cosa ne sarebbe stato del "prodotto più alto della pratica medievale"? (L. Mumford), che ne sarebbe stato di quel "tessuto narrativo, paratattico, episodico e tardo-antico [che] segna il culmine del linguaggio anticlassico"? (B. Zevi)
Bear Run, Pennsylvania (1936). Cosa avrebbe costruito un qualsiasi architetto commerciale “nel cuore della foresta, presso una cascata: un luogo solitario, dove non si ode che lo scroscio dell'acqua e lo stormire delle fronde"? (G.C. Argan) Una balorda casetta in legno, alla boscaiola per essere in “armonia” con il luogo e con la mediocrità compiaciuta. Frank Ll. Wright invece non si lascia sfuggire l’occasione per mettere mano al "più vitale e miracoloso continuum della storia umana". (B. Zevi)
"Lascia che la natura faccia il suo gioco: che le acque penetrino fin dentro casa attaccando i muri di pietra delle fondazioni, che gli alberi invadano coi loro rami gli spazi vuoti tra le terrazze fortemente sporgenti. Poi, con un gesto, rovescia la situazione: dal nodo plastico in pietra scattano in tutte le direzioni i piani geometrici delle terrazze, violano lo spazio della foresta, lo squarciano. Ora è la civiltà, con la sua geometria e la sua tecnica, che conduce la partita: domina gli alberi folti, le acque tumultuanti, i titanici lastroni di pietra." (G.C. Argan)
Questa la storia da cui trae legittimità l’opera di Laura Rocca e degli architetti moderni e che nessun manifesto propagandistico, nessun rigurgito storicistico, potranno mai seriamente mettere in discussione.



