ITU - Information Technology University, Copenhagen
Henning Larsen Tegnestue A/S, 2002-2004

Personalità Ambigua, Interiorità Limpida
La sede della nuova facoltà di Information Technology dell’Università di Copenhagen, di una limpidezza esemplare nell’organizzazione di uno spazio interno ricco e stimolante e nel trattamento materico, si manifesta con estrema riservatezza all’esterno, in un rapporto con il contesto risolto per interazioni di superficie piuttosto che spaziali.

 

L’AREA

L’edificio fa parte di un grande programma di espansione multifunzionale nell’area di Amager, a sud est Copenhagen, suddiviso in 4 diversi comparti: Ørestad Nord, il quartiere più vicino alla città dedicato alle Istituzioni (Università e Radio Danese); Amager Fælled Quarter; Ørestad City, con il più grande centro commerciale della Scandinavia, progettato da C.F. Møllers, e una serie di edifici residenziali tra cui l’aggressivo VM building di PLOT; e Ørestad Syd, a terminazione dell’area verso sud.

Ad oggi, la maggiore parte degli edifici già attivi o in corso di completamento è concentrata ad Ørestad Nord dove, accanto alla grande area DR Byen per la Radio Danese (132.500 mq suddivisi in 4 segmenti affidati ad altrettanti studi di architettura: centro tecnico-amministrativo e grandi studi, Vilhelm Lauritzen AS; uffici editoriali, archivi e uffici commerciali, Diessing+Weitling arkitektfirma a/s; Radio Copenhagen, Gottlieb & Paludan A/S Arkitekter e Nobel arkitekter a/s; auditorium da 1.800 posti e altre sale minori: Ateliers Jean Nouvel), si fronteggiano la Facoltà di Arti dell’Università di Copenhagen (KHR arkiterketer as, 2000-2003), il complesso di residenze Karen Blixen Parken, il Tietgenkollegiet (360 alloggi per studenti in un edificio di Lundgaard&Tranberg Arkitektfirma A/S ispirato ai tulou cinesi, in corso di completamento) e l’IT University di Henning Larsen Tegnestuen A/S.

L’EDIFICIO

Disposto secondo il rigido orientamento nord-sud che regola l’organizzazione dell’intera area, l’edificio della nuova IT University si sviluppa su due corpi di fabbrica paralleli e di diversa lunghezza, collegati da 2 ponti su cui si innestano i collegamenti verticali.

L’arretramento dei ponti rispetto alle terminazioni dei bracci e il posizionamento della pelle vetrata lungo i ponti stessi, articolano la fascia centrale in tre diversi ambiti: il primo, aperto su Langaards Vej a definire l’ingresso principale dell’edificio; il secondo, una sorprendente corte coperta intorno a cui ruota tutta l’organizzazione dell’edificio; il terzo, di nuovo aperto, ma più ampio e rivolto verso l’austera piazza progettata da Svend Kierkegaard.

A prima vista, il paragone con la Tate Modern di Herzog & De Meuron a Londra è inevitabile. L’ampia corte a tutta altezza (qui con copertura vetrata) su cui, a partire da profondi ballatoi, si affacciano volumi più o meno aggettanti, ne ricorda senza dubbio la spazialità. Ma se nella Tate le protuberanze si presentano come scatole di plastica colorata di tutt’altra natura rispetto al resto dell’edificio, qui sembrano cassetti aperti di un unico contenitore: opachi sulle tre facce che ne costituiscono solai e fondale e completamente trasparenti - dunque massimamente permeabili alla luce e alla vista dai ballatoi - sui lati. Rispetto alla galleria londinese, inoltre, le scatole sono tante e di dimensioni ridotte (ciascuna contiene una piccola aula per attività di gruppo), ad accentuare l’immagine di oggetto unico piuttosto che di entità diverse: la sensazione è che la pelle della corte abbia subito dei tagli verticali e che le risultanti strisce si siano in alcuni punti più o meno distaccate dal piano originario, a formare dei grappoli volumetrici che movimentano lo spazio interno, ma senza la drammaticità del museo londinese.

Qui, semmai, spicca la limpida gerarchia secondo cui le diverse attività sono organizzate nello spazio sia in verticale che in orizzontale: dal basso verso l’alto e dal centro verso l’esterno le funzioni sono progressivamente più specializzate, con gli spazi pubblici concentrati al piede dell’edificio (amministrazione, biblioteca, auditorium, laboratori multimediali, mensa, bar degli studenti) e le aule e i laboratori sul bordo esterno, con accesso dai ballatoi che, oltre ad assolvere alla funzione distributiva anche verso i volumi appesi, si propongono come spazi intermedi semipermeabili di studio e riposo, ospitando postazioni computer o, a tratti, salotti di poltrone rosse.

L’introversione dell’edificio, la cui vitalità sembra rimbalzare verso l’interno rendendosi massimamente percepibile sulla corte, attraverso la permeabilità fisica dei ballatoi e visiva degli sbalzi, è confermata nel trattamento delle superfici, sia dal punto di vista del colore che della consistenza materica.

All’interno, la gerarchia dell’organizzazione funzionale è rafforzata sul piano percettivo da un uso del colore estremamente sintetico, giocato sul rapporto tra contenitore e contenuto: la bicromia delle superfici - bianco totale per i piani verticali e grigio per i pavimenti in cemento (chiaro nella corte e scurissimo nei ballatoi, ad accentuare l’estrema luminosità della prima rispetto alla maggiore intimità degli spazi di studio) – è messa a contrasto con la vivacità degli arredi e, naturalmente, delle persone.

All’esterno, la rigorosa distinzione tra superfici trasparenti e opache, tra piani di vetro e di metallo, mette in atto una relazione di ambiguità tra l’edificio e lo spazio circostante.

Se, da un lato, i vetri azzurrati - con sfumature e grado di permeabilità variabili a seconda dell’incidenza e dell’intensità della luce che li colpisce - e la superficie metallica si assimilano alle tonalità e riflettono le forme dell’intorno, dall’altro la vigorosa e assertiva volumetria dell’edificio ne dichiara la sostanziale chiusura rispetto a qualunque interazione spaziale con il contesto.

In particolare sul versante del canale, il volume prende forma dalla piegatura della superficie rivestita di metallo, in certe zone sollevata da terra di almeno un livello, in altre solo di quel poco che ne renda evidente il distacco. Attraverso l’arretramento delle vetrate rispetto al piano si delinea un bordo, un contorno, che in orizzontale definisce lo zoccolo dell’edificio e in verticale ne sdoppia gli spigoli, accentuando la percezione del volume come risultante dalla sagomatura di una superficie pesante, opaca e di una successiva tamponatura delle facce aperte con superfici leggere, trasparenti.

La riservatezza dell’edificio nei confronti del contesto, non è, comunque, peculiare: la sensazione che si percepisce passeggiando tra i blocchi di residenze e le sedi universitarie è di generale indifferenza alle relazioni reciproche, insistendo molto, invece, sulle spazialità interne, articolate e molto godibili. Forse solo il grande cerchio del Tietgenkollegiet, in posizione centrale rispetto agli altri edifici e con gli alloggi affacciati verso l’esterno in tutte le direzioni, riuscirà ad aprirsi all’intorno, imponendo la propria forza centripeta sia attraverso lo slittamento variegato dei singoli volumi abitativi, sia attraverso un trattamento superficiale originale e distintivo che ne mette in evidenza la vibrante energia.