23 Novembre 2005
Villa Colli – Le ragioni di un Sogno che non deve svanire
Questo scritto è dedicato a Renata Chiono, che non ha mai smesso di credere nel Sogno.
Riesce difficile spiegare al grosso pubblico le ragioni profonde che fanno di opere architettoniche, quali Villa Colli, mirabili testimonianze di una ricerca, di un impegno etico ed estetico. Difficile perché non siamo di fronte ad un capolavoro, ad un atto poetico che mette in discussione norme e regole consolidate e che, come tale, trova facile accesso al circuito critico-mediatico, ma ad un’opera che mira invece ad iniettare nel quotidiano di una famiglia della classe media, le novità e gli strappi, in un linguaggio scevro da eccessi e shock culturali. In quella prosa architettonica che lo strabismo della storiografia e della critica italiane ha condannato all’emarginazione favorendo così il depauperamento un ricco repertorio formale. Fenomeno particolarmente evidente ed allarmante per quanto riguarda il moderno. In questo contesto la vicenda di Villa Colli assume il valore di un ravvedimento critico non più procrastinabile.
La villa, progettata da Giuseppe Pagano-Pogatschnig e Gino Levi-Montalcini, risale agli anni 1929-30(1), anni in cui, a livello internazionale, è ancora poderosamente in atto quella rivoluzione domestica innescata dalla Casa Rossa (1859), la residenza che William Morris, il padre dell’Arts and Crafts Movement, si fece progettare da Philip Webb. Una rivoluzione iniziata, parallelamente e indipendentemente, anche negli Stati Uniti grazie all’opera di Henry Hobson Richardson e proseguita da un’allora sconosciuto Frank Lloyd Wright. Architetti che non guardano più ai sontuosi palazzi dell’aristocrazia ma pensano alle esigenze della classe media benestante, ma non ricca, che stava emergendo, con prepotenza, sulla scia degli sconvolgimenti socio-economici innescati dalla rivoluzione industriale. Ma l’azione dirompente di questi pionieri, senza un immediato riscontro nella produzione edilizia corrente, rischiava di arenarsi nelle secche di un aristocratico autocompiacimento.
In Inghilterra personaggi quali Voysey, Webb, Ashbee, Baillie Scott si fanno carico di divulgare il messaggio morrisiano, sviluppando un’originale ed autoctona via all’abitazione moderna. “Nessun genio tra questi architetti, - scrive Zevi - ma un altissimo costume professionale.” Nei loro progetti, dove l’assoluta mancanza di pretenziosità o boria classista è l’elemento fondante, nessuna frase fatta, nessun orpello decorativo fine a se stesso, ma semplice aderenza alle esigenze funzionali del vivere contemporaneo. Una metodologia che è alla base di quel continuum spaziale interno-esterno che, attraverso sperimentazioni sempre più spinte - padiglione tedesco all’esposizione di Barcellona (1929), di Mies van Der Rohe - culminerà nella stupefacente Casa sulla Cascata (1936) di Wright.
Qualcosa di simile accade anche negli Stati Uniti dove l’azione dirompente di Wright spinge molti giovani architetti, che rifiutano l’involuzione neo-classica innescata dall’Esposizione di Chicago del 1893, ad imboccare la strada della contaminazione indigena. Così ad esempio Irving Gill, che abbandona Chicago, proprio nel 1893, per la California dove domina incontrastato il “Mission Style”. Gill mette mano al repertorio di uno stile ormai sfibrato e imbastardito semplificandone le forme con un rigore formale che rimanda alle opere dissacranti di Adolf Loos. Gli appartamenti Horatio West Court (1919) a Santa Monica, impressioneranno non poco Richard Neutra.
Sempre in California i fratelli Green coniugano, sulla scia della lezione wrightiana, la sensibilità artigianale propugnata dall’Arts and Crafts e la produzione meccanizzata. Nella Gamble House (1908) a Pasadena, il loro capolavoro, ispirandosi al generico cottage utilizzato dagli inglesi in India, fanno del bungalow nella “sua configurazione finale, un tipo indigeno” (James Steele), perfettamente aderente all’eccezionale clima della California meridionale.
In Europa sono paesi quali l’Austria, la Francia, i Paesi Bassi e la Germania che, stanchi dei periodici revivals stilistici, prendono la testa dello sviluppo innovativo. Parallelamente alle ricerche sull’abitazione unifamiliare, come ad esempio, il Raumplan di Loos, incarnato nella Casa di Tristan Tzara (1926) a Parigi e nella Müller House (1930) a Praga, portano avanti anche quelle sulle abitazioni plurifamiliari più consone sia alla nuova classe media cittadina che alle masse operaie inurbate. L’Unità di Abitazione a Marsiglia (sulla carta sin dal 1922) di Le Corbusier, il Karl Marx-Hof (1926) a Vienna, di Carl Ehn, il Quartiere Operaio (1924-25) a Rotterdam, di J.J.P.Oud, sono alcuni dei più significativi esempi in tale direzione.
Dalla Spagna giungono le note poetiche di una figura isolata e incompresa: Antoni Gaudì. L’architetto catalano sviluppa una sua originale via alla modernità attingendo ad idiomi di importazione nord-africana con piglio talmente radicale da essere indigesto persino alle avanguardie. Le sue Casa Batlò (1905-07) e Casa Milà (1905-10) entrambe a Barcellona anticipano di qualche lustro l’espressionismo, ma resteranno urla nel deserto.
E l’Italia? Prigioniera della propria arretratezza culturale resta sprofondata nel più sciatto provincialismo. Quel fecondo scambio tra linguaggio aulico e linguaggio popolare, che in altri paesi era servito a svecchiare l’architettura, in Italia non avviene perché, sostiene Zevi, “l’Italia, paludata nel suo classicismo arrogante, non poteva nutrirsi alle fonti anonime, che rimanevano un’appendice estranea, esotica, non coinvolgente.”
C’è qualche timido apporto, in ambito Liberty, di Ernesto Basile e Pietro Fenoglio (di notevole levatura Casa Fleur a Torino del 1902), c’è l’apporto castrato e interrotto di Sant’Elia, ma nulla più. L’avvento del fascismo contribuisce ad isolare il paese dal resto dell’Europa. “É nata un’edilizia ufficiale che minaccia di affogare nell’elefantiasi della sua vistosità le città italiane. Dobbiamo riscattarci dall’Internazionale dei mediocri, degli adulatori, dei retori. Il paradiso dei critici patriottardi e classicomani consiste in una scorpacciata di mausolei.... Si sa che l’arte ufficiale è sfasata rispetto ai valori più alti, spesso anzi, i campioni di una civiltà sono ‘non-ufficiali’, e talvolta addirittura reprobi” scriveva un disincantato Pagano. Nonostante il clima denunciato da Pagano, viene alla luce negli anni trenta, la ricerca razionalista di Libera, Terragni, Ridolfi, Michelucci, Albini, Gardella e altri, con apporti di assoluto valore e in sintonia con le più avanzate correnti europee.
È in questa temperie che nasce Villa Colli(2),. un coraggioso tentativo, in quegli anni così bui per l’architettura italiana, di riscattarsi “dall’Internazionale dei mediocri, degli adulatori, dei retori” puntando sul “raggiungimento di una nostra indipendenza creativa”, come scriveva Domus sul numero del giugno 1930.
Giuseppe Pagano-Pogatschnig (1896-1945), dal 1926 al 1931 ha una collaborazione strettissima con Gino Levi-Montalcini con il quale progetta il Palazzo Gualino, Villa Colli, Casa Boasso, il Padiglione italiano per l’esposizione internazionale e numerosi altri lavori. Nel 1931, dirige insieme a Edoardo Persico, suo grande amico, Casabella. Dal 1936 dopo la morte di Persico, Pagano rimane a dirigerla da solo. Collabora anche con Albini, Palanti, Gardella, Diotallevi, a differenti progetti costruiti e non. Tra le sue opere più significative l’Istituto di Fisica dell’Università di Roma (1934), e la Bocconi a Milano (1936-42). Si arruola volontario alla seconda guerra mondiale, entra poi in contatto con il movimento clandestino e nel 1943 è tra coloro che organizzano la resistenza. Nel 1944 viene arrestato e deportato a Mathausen, dove muore nell’aprile dell’anno dopo. Pagano, non dotato come Terragni, era un personaggio che mirava come dice Zevi “non alla poesia, ma a un linguaggio civile”.
Gino Levi-Montalcini (1902-74) oltre che al sodalizio con Pagano partecipa al Gruppo MIAR. I suoi progetti vengono pubblicati su Casabella, Domus ed esposti alle Triennali. Durante la guerra, perseguitato dalle leggi razziali, si rifugia a Firenze. Nel dopoguerra è membro dell’APAO. Partecipa a molti concorsi, vincendo quello per la nuova sede dell’Università di Torino. Muore a Torino nel 1974.
Il “tema per una villa moderna per l’abitazione di una famiglia, escludendo gli estremi della villetta economica e della villa sontuosa” è oggetto dell’esposizione alla IV Triennale di Monza del 1930, con la partecipazione, tra gli altri, di Franco Albini, Piero Bottoni, Mario Ridolfi, Alberto Sartoris. Il progetto presentato da Pagano e Levi-Montalcini è uno studio per una ipotetica villa in collina. I due architetti, prima dell’esposizione, hanno già avuto modo di passare dal campo delle ipotesi alla realizzazione pratica, a seguito dell’incarico conferito loro da Giuseppe Colli, fondatore con Frassati de “La Stampa” e padre del filosofo Giorgio, per una villa nel Canavese.
Nulla di rivoluzionario nella disposizione planimetrica e nulla di rivoluzionario nella conformazione spaziale ma un gioco sapiente tra tradizione e novità. I progettisti procedono con delicato equilibrio evitando brusche accelerazioni per non correre il rischio di lasciare il progetto sulla carta. La disposizione simmetrica è, in questa ottica, un elemento rassicurante che consente altre significative innovazioni. Essi non usano il tetto piano, che sta diventando uno dei principi dell’architettura razionalista, ma quello inclinato a quattro falde. Dotano gli ambienti di ampie vetrate, sulla scia delle sperimentazioni contemporanee che mirano alla smaterializzazione delle pareti. Introducono, con ampi ballatoi lungo tutto il perimetro della villa, un elemento marcatamente mediterraneo, non nell’ottica chauvinista propagandata dall’italietta rozza del regime, ma quale apporto a quella cultura europea che già mostrava segni di apprezzamento per gli idiomi locali. Significativo, a questo proposito, il progetto di Loos per un gruppo di ville con giardini pensili per la riviera (1923).
Il camino, che nella Casa Rossa o nella Hollyhock House assurge quasi al ruolo di elemento architettonico autonomo, è qui più modesto e contenuto. Di ascendenza wrightiana è la maestria con cui i progettisti combinano materiali naturali e high-tech. Pietra, legno, mattoni dialogano con lampade in puro Bauhaus, memori anche dei lavori A&G di Peter Behrens e gli arredi, studiati specificatamente per questa villa, sono il segno che la lezione della Biblioteca della Scuola d’Arte (1907-09) a Glasgow di Charles Rennie Mackintosh, è ormai parte del DNA dei più avvertiti architetti moderni.
Queste le ragioni che fanno di Villa Colli un manufatto da tutelare e salvaguardare, anche a dispetto del fatto che gli organismi, a questo preposti, siano criminalmente muti e assenti.
La villa, che ha conosciuto anche la dissacrazione nazista, è tuttora, grazie alla meritevole opera di restauro dei nuovi proprietari, in ottime condizioni di salute. Non solo. Vi hanno sede una associazione culturale, che ha tra i suoi fini la promozione della tutela delle opere moderne, e una biblioteca; vi si organizzano corsi di studio universitari e convegni. Roba da far invidia all’IN-Arch, che infatti, sulla vicenda, non muove un dito. Tutto questo, che pare un sogno, è messo oggi in pericolo dalla presenza di un edificio industriale adibito allo stampaggio dei metalli e dalla prospettata costruzione di un’altro simile.
In una comunità con il senso della propria storia e del proprio patrimonio culturale il dilemma villa o fabbrica non sarebbe neanche ipotizzabile, perché ai costi finanziari ed agli strappi sociali, inevitabili ma attutibili e sopportabili, del trasferimento della fabbrica, si anteporrebbe, senza esitazioni, il valore incalcolabile della salvaguardia di una testimonianza storico-artistica del proprio recente passato.
Ci auguriamo che la comunità di Rivara sappia cogliere l’opportunità storica che le viene offerta e non si faccia trascinare nel fango da chi ha come unico orizzonte solo una cronaca meschina da assecondare.
Note:
(1), 1929 – Le Corbusier progetta Villa Savoye a Poissy; Mies van Der Rohe il padiglione tedesco all’esposizione di Barcellona, esce Modern Architecture di Henry Russel Hitchcock. In campo letterario escono Addio alle armi di Ernest Hemingway e Gli indifferenti di Alberto Moravia. É l’anno di inizio della grande depressione americana.
1930 – Mies progetta la Tugendhat a Brno e diventa direttore del Bauhaus, Adolf Loos la Casa Müller a Praga. In campo letterario escono L’uomo senza qualità di Robert Musil e Fontamara di Ignazio Silone. ∧
(2), La villa viene illustrata su La casa bella n. 45 del 1931 e su Domus n. 50 del 1932. ∧



