27 Luglio 2005
Esperienze dal Chiapas
Una comunidad del estado de Chiapas, México, 22 de noviembre de 2004
Somos una comunidad fundada en el mes de julio de 2000 con un número de habitantes 120 entre hombres, mujeres y niños.
Nos hemos organizado para la construcción de nuestro templo católico como centro sagrado corazón del pueblo. Los hombres nos comprometimos a cargar piedra que está a 500 metros de distancia, grava que tiene la misma distancia y en la construcción. Las mujeres están ayudando a acarrear el agua que está a 250 metros de distancia.
También nos sentimos contentos por los hermanos solidarios de Italia que los representas el hermano Esteban, nos han enviado apoyo para la misma, eso nos a animado más ya que somos un pueblo en resistencia, por lo tanto estamos muy agradecidos por su gran aportación.
Agradecemos de todo corazón los hombres, mujeres, niños, reciban un abrazo fraterno y muchos saludos.
Atentamente, la Comunidad
Un villaggio dello Stato del Chiapas, Messico, 22 di novembre
Siamo una comunità fondata nel mese di luglio del 2000 e siamo in totale 120 tra uomini, donne e bambini.
Ci siamo organizzati per la costruzione della nostra Chiesa come centro Sacro del Cuore del Popolo. (Che funzionerà anche da scuola per i bambini).
Gli uomini si sono impegnati per caricare le pietre e la sabbia che sono a 500 metri di distanza rispetto alla costruzione. Le donne stanno aiutando per caricare acqua fino alla costruzione da una pozza a 250 metri di distanza.
Siamo molto felici grazie ai fratelli solidali italiani, qui rappresentati dal fratello Stefano, che ci hanno inviato appoggio per questo progetto. Questo ci ha molto animato anche perchè siamo una comunità in resistenza e per questo vi siamo molto riconoscenti per il vostro grande aiuto.
Vi ringraziamo con tutto il cuore, gli uomini, le donne ed i bambini ricevano un abbraccio fraterno e molti saluti.
Attentamente, la Comunità.
Brújula
Luglio duemilatre: arrivo in una comunità [villaggio], che per esplicita richiesta degli abitanti chiameremo solo G, tra le montagne del Chiapas, compiendo con i miei obblighi e il mio dovere di cittadino italiano in servizio civile internazionale come scelta cosciente di obiezione di coscienza alla chiamata alle armi da parte del nostro ministero della difesa. Nella comunità G passo i miei primi giorni in Chiapas, una quindicina all’incirca. L’arrivo dall’avanzato (da avanzi) occidente provoca un click istantaneo. Qui non c’è acqua nè luce: si raccoglie l’acqua piovana o si scende dalla montagna per caricare secchi d’acqua dal fiume; la sera, dopo la lenta discesa del sole ci si riunisce attorno al fuoco per un caffè, poi con una candela per raggiungere quattro tavole di legno o il pavimento su cui dormire qualche ora. All’alba la luce e gli animali fanno da piacevole sveglia. Quella stessa notte avevo scritto:
“nome di voci modulato da visi che ti incontrano, occhi che cercano
pelle che non mente
pelle contiene a stento emozioni, pulsazioni
scorrono lente e decise, si mescolano tra le braccia che stringono
suono di rugiada dalle voci che non riescono a dire esteban
suoni suavi tra colori decisi
terre rosse fuoco, verde che acceca”.
Da subito mi sento come in una grande casa composta da trentatre famiglie arrivate su queste terre tre anni fa, spostatasi da un’altra comunità per problemi di terre. Prima sono arrivate tre famiglie ed hanno iniziato a farsi largo tra la selva, hanno costruito una casa comunitaria dove vivere e a preparare i campi per la semina del mais e dei fagioli; poi, poco a poco, le altre famiglie li hanno raggiunti e con il lavoro collettivo hanno costruito le case di tutti. Molti giovani, almeno il 60-75% sono emigrati negli usa a cercare lavoro, attraversando il deserto ed evitando i proiettili di gomma degli spazzini norteamericani; il mais no basta, il caffè non regala guadagni che permettano di vivere. Non c’è scuola, i padri la sera insegnano ai figli. Non c’è ospedale, ci si affida al sapere tradizionale, alle erbe del monte. I pomeriggi ci riuniamo sotto l’ombra di un grande albero a parlare; la gente mi racconta storie e vite, aneddoti, problemi ed esigenze. Vicino al grande albero una casa di assi di legno, la prima casa delle prime famiglie ora è lo spazio per le asemblee, per la scuola, per le cerimonie religiose. La gente mi dice che vuole costruire uno spazio multiuso, con blocchi di cemento, uno spazio che identifichi la comunità, bello e accogliente. Ci guardiamo attorno: per arrivare fin qui si deve camminare quaranta minuti sulle montagne, dopo tre ore e mezza di bus dalla città più vicina, e i soldi per i materiali? Ci guardiamo intorno di nuovo e troviamo la risposta, la terra rossa che ci avvolge e sulla quale stiamo seduti. Da qui l’idea di costruire blocchi seccati al sole con la terra, li chiamano adobe, e di chiudere con un tetto con la stessa terra ma cotta, è perfettamente argillosa, e di impermeabilizzare con il liquido della pianta della gomma e con la bava di un’altra pianta. Le fondamenta saranno con le pietre della montagna qui dietro. Non si fanno disegni, si sceglie dove sarà la costruzione, si piantano dei pali e si sceglie quali possano essere l’esposizione e le dimensioni migliori. Il lavoro collettivo di uomini, donne e bambini sta permettendo a queste idee di fiorire, lentamente. Un piccolo appoggio dall’Italia ha aiutato la comunità nell’acquisto di attrezzi e di un poco di cemento per le fondazioni. Le foto a colori spiegano alcuni passaggi di quello che si sta facendo, dalle prove per scegliere la terra alla costruzione, le foto in bianco e nero sono istanti rubati gli unici due giorni che sono riuscito a prendere in mano la mia pentax targata 1977.
PS2 :: post scriptum ossia investigare limiti e camminare tra mutevoli confini.
Intervista con Enrique Ortiz.
In una mattinata di sole, avvolto dalle solite nubi dense, Città del Messico mi accoglie con la sua tipica frenesia metropolitana dopo sette mesi di montagne di Chiapas e di terre rosse. Camminando tra metro affollati e vie trafficate arrivo finalmente nell’ufficio di HIC (Coalizione Internazionale per l’Habitat) dove ritrovo Enrique Ortiz Flores. Con caffè, noci e biscotti iniziamo una chiacchierata che vorrei [ri]pro-porvi qui sotto come ulteriore apporto a questo spazio in cui stiamo tentando di parlare di produzione sociale e di tutt’altro.
Stefano Lucini: con che personaggio della storia presente o passata vorrebbe bere un caffè o un bicchiere di vino e scambiare quattro chiacchiere?
Enrique Ortiz: con Albert Schweitzer.
SL: che cibo accompagnerebbe il discorso?
EO: mah...è molto difficile dirlo perchè è uno svizzero che perdipiù lavorò in Africa...probabilmente a me gusterebbe una buona cena messicana.
SL: limiti o campi?
EO: limiti, limiti e confini perchè noi lavoriamo nei limiti del sistema nel tentativo di cambiare molte cose, non stiamo nel centro del campo, quando stai al centro del campo è molto semplice, quando entri nei limiti, invece, entri nella complessità.
SL: nella scuola di Milano raramente o per nulla si parla di autocostruzione o di costruzione tradizionale. Qui in Messico ho scoperto l’espressione produzione sociale. Ci potrebbe regalare tre parole, aggettivi per autocostruzione e tre per produzione sociale?
EO: autocostruzione è una forma di costruire nella quale la gente partecipa nella costruzione del suo habitat della sua casa, che è una delle tappe del processo produttivo della casa; c’è una tappa di assegnazione, una tappa di costruzione, una tappa di distribuzione della casa e una di uso. La produzione sociale abbraccia tutte queste tappe, non solo quella di costruzione. Produzione sociale significa partecipazione, ha a che fare con il no-lucro, che si produce in uno schema non lucrativo per persone identificate precedentemente che partecipano nel processo. Può esserci autocostruzione che non abbia nulla a che vedere con questo concetto di produzione sociale però può anche esserci autocostruzione dentro il programma di produzione sociale. La proposta di autocostruzione è semplicemente un modo di costruire.
SL: in una società globale dove tutto sta alla luce del sole, nella quale possiamo ricevere informazioni da qualsiasi angolo del pianeta, e allo stesso tempo in una società dove cerchiamo di costruirci muri sempre più alti per difendere la nostra privacy o per chiuderci in una allucinata ipotesi di sicurezza personale, dove si nascondono oggi in Messico ambiti di comunità? Esistono tuttavia spazi di comunità?
EO: nel campo o nella città?
SL: nei due aspetti.
EO: attualmente ci sono città di cittadini che sono poveri e che non hanno diritti, e ci sono cittadini, di città che si interrano dietro barriere, che quasi si nascondono; ne hanno certamente tutto il diritto ma il dato preoccupante è che in maggioranza lo fanno per paura. Io credo che entrambi questi schemi non rispondono al concetto di città in cui crediamo, che invece riflette principi di convivenza, di complementarità, di condividere la vita. Ora il senso di comunità nella città si ritrova fondamentalmente nei vecchi quartieri e in zone conurbate; lì si vive un senso comunitario tipico in tutta la società latinoamericana. Qui in Messico è molto forte questo aspetto: ci sono comunità che continuano compiendo con le loro tradizioni; c’è un profondo senso di comunità nei vecchi quartieri di alcune città che, come in campagna, sono fortemente minacciati. Il senso di comunità in entrambi i casi, ma soprattutto per i gruppi indigeni, è stato distrutto a causa della penetrazione in particolare dei partiti e della chiesa che hanno polverizzato intere comunità introducendo elementi tipici dell’individualismo quando, al contrario, la gente cercava altro. Nonostante tutto credo che ci siano spazi che mantengono un senso di comunità e che in molti casi si sta lavorando per riscattarlo. Quello che è interessante vedere sono i gruppi indigeni che sono migrati a Città del Messico e che stanno tentando di mantenere il loro senso profondo di comunità e ne hanno creato un concetto nuovo in una società nuova, il che implica un cambio. Il senso di comunità non ha necessariamente una accezione conservatrice ma piuttosto è una attitudine di fronte alla vita e questa attitudine sta rinascendo un’altra volta. Per esempio a New York ci sono migranti di Nezahualcoyotl, della periferia di Città del Messico, che a loro volta sono migranti di varie parti del Paese. Lì in Nezahualcoyotl vivono insieme oaxaqueñi con oaxaqueñi, quelli di Etla con quelli di Etla che ora sono migrati negli Stati Uniti e là hanno costruito uno spazio urbano chiamato Neza York che mantiene viva la cultura urbana di Nezahualcoyotl che a sua volta trae in sè radici delle differenti comunità. Il gruppo di Oaxaca che vive in Nezahualcoyotl o in Neza York mantiene per esempio le sue feste tradizionali e la sua banda musicale, si sono ri-creati e ri-generati in altri spazi. La comunità non necessariamente si perde, anzi segue vigente con vita in uno spazio nuovo.
SL: lei ha appena accennato a qualcosa che sta disgregando e corrompendo il tessuto sociale delle comunità che si può individuare per esempio in logiche tipiche del comportamento dei partiti politici, potrebbe chiarirci meglio questo aspetto? Come si fa a dissolvere qualcosa di tanto intriso nelle radici e legato alla storia di un gruppo? È possibile? Ci son disegni e logiche pre-disposte?
EO: bene, in tal caso la povertà e la miseria o meglio io la chiamo esposizione sono fattori fondamentali. Le comunità indigene si dicono povere però mantengono una enorme ricchezza culturale, di tradizioni comunitarie che danno loro una sorta di povertà con dignità. Esposizione significa che esponi la gente, mi spiego: se togli alla gente la possibilità di restare nel campo, secondo loro usi e costumi e la costringi a migrare negli Stati Uniti e a cambiare le loro abitudini culturali, la esponi ad un’altra cultura, imponi loro un’altra cultura ed il risultato è la rottura con la propria articolazione sociale. Si toglie alla gente il poco che possiedono, i pochi averi e incluso saperi tradizionali; tutto va comprato e venduto e quindi molte volte i saperi tradizionali sono automaticamente esclusi da queste logiche commerciali. In questo modo si passa dalla povertà non solo alla miseria ma alla marginazione e alla des-possessione, alla privazione. Già han tolto loro l’ultimo che tenevano di originario.
SL: si potrebbe sostituire, quindi, la parola poveri con impoveriti?
EO: certamente perchè hanno silenziosamente privato loro dei valori che li articolava e dava senso alla loro vita,; ora si sta stirando la situazione agli estremi. Questi effetti non solo dipendono dai partiti, dalle chiese o dalle sette che penetrano e inseriscono un individualismo brutale ma soprattutto da questo impoverimento inesorabile, questo obbligare la gente che si vede senza alternative ad uscire dalle proprie comunità distruggendo le articolazioni sociali del tessuto comunitario. Il contatto con le comunità originarie non manca del tutto poiché, per esempio, coloro che emigrano continuano inviando soldi alle loro famiglie, ma questo implica anche invio di una nuova cultura, di un nuovo modo di pensare, di un nuovo individualismo, di violenza, eccetera...
SL: di fronte alle necessità delle classi popolari delle quali stiamo parlando, impoverite ed emarginate, che siano nelle comunità rurali o nelle metropoli, come sta rispondendo la politica ufficiale? E cosa pensa dei programmi pro-posti dal Governo messicano?
EO: dovremmo parlare in particolare delle zone indigene, della forma con cui ci si avvicina a queste realtà in una maniera molto superficiale senza capire il senso comunitario, senza valorizzarlo, anzi presentandosi con un cartello assistenziale o meglio con due strumenti: l’assistenzialismo da un lato (ti do un regalo, ti do da mangiare, ti do qualcosa così che tu possa smettere di lamentarti) e dall’altro la repressione. È un doppio gioco. È una situazione che ho ascoltato, per esempio, anche stamattina in radio attraverso una denuncia fatta da un gruppo di indigeni. Questo ci dimostra che c’è da parte di alcuni gruppi indigeni, pensiamo agli zapatisti, una ricerca di autonomia, di valorizzazione della propria cultura e della lingua, ed è molto interessante vedere come a Città del Messico ci siano gruppi di indigeni che stanno parlando di recupero di quello che hanno perso, delle loro qualità che già nessuno, per influenze esterne, vuole mantenere. Credo quindi che il lottare per l’autonomia e per riconoscersi come differenti, che non significa stare ai margini della società ma piuttosto starci dentro come sei, pienamente, siano forze positive. Ciò che si evidenzia chiaramente è la contraddizione tra essere tutti uguali e rispettare le differenze, questa è la domanda che ci poniamo in continuazione poiché abbiamo tutti il diritto di essere uguali ma, dato che in Messico alcuni sono più uguali degli altri, allora è forse meglio e molto più importante riconoscere le differenze. Nelle politiche per la casa la tendenza è di semplificare fino ad avere 4 modelli che si moltiplicano da ogni parte come appiattimento e riduzione che controlla e che da spazio ai produttori privati che cercano esattamente come guadagnare più soldi con uno sforzo minore. La richiesta della gente è, invece, una politica che guardi la diversità, che consideri una enorme gamma di programmi possibili, che dia molto peso a quello che la gente pensa intorno alla propria casa. Un tale atteggiamento offre uno spazio incredibile di discussione che concreterà le necessità e porterà ad un cambio, un cambio che sta nei bordi, non nel centro, se stai nel centro non c’è il cambio e lì solo si applica una sola cosa, una sola soluzione. Quando vai ai bordi, ai limiti, dove si vogliono cambiare le cose, lì si rende tutto più complesso e questa è una lotta continua come strategia della gente per difendere la propria cultura. Questa situazione implica il riconoscimento della complessità e porta il Governo a doverla amministrare; la tendenza che vediamo è in verità al contrario: si vuol dominare per semplificare tutto, per controllare tutto. In questo modo sarebbe un mondo noiosissimo, ma purtroppo è proprio questa la tendenza che si deve contrarrestare e l’esempio delle popolazioni indigene è esemplare e molto interessante. Alcune comunità hanno accettato questa situazione ed hanno già perso tutto, altre hanno trovato un loro cammino, si mantengono vive, il che non significa conservare il vecchio ma piuttosto ubicarsi nella società attuale con gli elementi della società attuale ma partendo da quello che sono. Questo atteggiamento implica una trasformazione più complessa e radicale che significa incorporare la complessità alla società. Le dinamiche proposte dallo Stato si muovono al contrario rispetto questa sfida; esempi ne sono il regalar alle famiglie delle comunità lamine per fare i tetti delle loro case o in alcuni casi addirittura regalar casette progettate da un architetto di malumore in una domenica mattina. Il lavorare con loro, l’avvicinarsi anche come professionisti in questo processo sta implicando un cambio anche nell’esercizio della professione stessa; professionisti purtroppo abituati a star rinchiusi in un ufficio dettando la maniera di vivere delle persone, il che è tipico in architettura. Da qui si vede che ci si deve porre in discussione per stare con la gente discutendo le cose. In questo modo il cambio non è solo delle comunità ma anche di coloro che si avvicinano per aiutarli.
SL: già credo che anticipò un poco una risposta ad una domanda che avevo pensato, ora vorrei specificarla meglio. In Chiapas il Governo, non considerando clima, cultura, tradizioni, offre aiuti alle comunità rurali, per una casa degna con 3x4 metri di lamine di alluminio per fare il tetto ad uno spazio di 12 metri quadri dove dovrebbe vivere una famiglia con almeno 4 figli nel clima della selva. Come si connettano le reali necessità della gente con i numeri e le norme dei progetti di case? Come possono numeri e norme dettare e imporre modi di vita? Ci sono spazi reali, un reale spazio dove la gente ottenga libertà per produrre un suo spazio? O sono semplicemente costretti ad accettare queste norme e progetti che non appartengono loro?
EO: io credo che ci sia una proposta, alla quale avevamo partecipato anche noi, l’ accettazione di un modello unico di produzione di case fatta con investitori privati tale da valorizzare un capitale; questa tendenza stava fallendo perché stava crescendo sempre più solo con appoggio pubblico. Però c’è un’altra realtà: il Messico ha più del 50% della popolazione che non può scegliere per questo sistema e che quindi non ha altra soluzione se non quella di prodursi un proprio spazio. Il problema nasce quando tu la produci con limitazioni tecniche, senza poter aver accesso ai materiali tradizionali poiché già non esistono nel mercato o perché già hai perso le tue tradizioni essendo migrato altrove: non puoi costruirti una casa a Città del Messico come la facevi in Chiapas. Quindi, quello che la gente fa è imitare questo modello popolare che ha perso molte delle sue qualità originarie ma che resta molto efficace. Uno studio che abbiamo fatto sull’aspetto economico della produzione sociale della casa, con esempi presi a Città del Messico, ha scoperto che la media delle superfici che possiedono le case fatte con questo processo in 10 anni è dell’ordine di 90 m2, in 10 anni hanno conquistato 90 m2 con soletta di cemento armato, magari non molto bella ma con sufficiente spazio e materiali solidi. Al contrario quello che stanno offrendo progetti di casa agevolata oggi hanno la metà della metratura e si devono pagare nel doppio del tempo. Quindi questo ci evidenzia che esiste una contraddizione nella quale possiamo lavorare. Di fatto il programma di miglioramento di case che si applica nella Città del Messico, nel quale siamo intervenuti nel suo disegno nel 1998, applica idee di produzione sociale, con tensione sociale: è uno spazio democratico. Quest’anno per esempio questo programma ha prodotto 32 mila miglioramenti di case e tutti dopo un gran lavoro partecipativo poiché abbiamo incontrato una realtà differente in ogni casa, una necessità differente, la necessità di un dialogo. Ogni casa ha un architetto assegnato con un aiutante architetto che viene dall’università. Io non voglio affermare che questi siano progetti meravigliosi, abbiamo avuto architetti che non sapevano stare con la gente e dialogare con loro, però in generale ne abbiamo avuti di molto buoni. Questo programma ha dimostrato che i vestiti su misura funzionano molto meglio e sono più economici dei vestiti Roberts (di fabbrica), ha evidenziato che non solo sono migliori per la gente ma appunto più economici. Questo stile è un poco perseguitato perché pone in contraddizione la posizione delle imprese che afferma che la produzione sociale è inefficiente e che fa vivere la gente in tuguri. Questo si può senza dubbio migliorare con la partecipazione, l’organizzazione e l’articolazione di professionisti col processo della gente. Questa esperienza credo sia una dimostrazione a grande scala della proposta di partecipazione che avanziamo poiché ad oggi ha già appoggiato più di 100 mila famiglie in poco tempo, una scala molto forte, quasi la settima parte del totale dei miglioramenti in pochi anni. Questo risultato dimostra che esiste ed è percorribile un’altra maniera di avvicinarsi alle cose e che non necessariamente si debba sistematizzare il prodotto, l’unica cosa da fare è sistematizzare il proprio lavoro, esattamente il contrario. Per questo esistono i computer, non per sistematizzare la realtà o relativizzarla ma piuttosto per aiutarti nell’amministrazione del processo, non del prodotto. Questo lascia spazi molto interessanti ed è quello che va visto parlando di limiti, con questi dati. Un esempio è quando si dice “che povero quello che vive in quel quartiere così squallido!” In realtà possiede una casa migliore di coloro che hanno optato per una casa con prestiti. Oggi nel settore privato ci sono imprese che stanno costruendo case di 3 metri di facciata con l’idea che l’appartamento si possa ribaltare in verticale e quello che si osserva banalmente è che, per esempio, le macchine non si possono parcheggiare in verticale. Una macchina occupa uno spazio di due case e, se tutti possedessero una macchina...ci sarebbero evidenti problemi urbanistici. Di fatto la gente mai si produrrà una casa simile. Quando producono uno spazio i loro modelli derivano direttamente dalle esigenze. La magia di dove vivono e del loro intervento nel processo produttivo è che lo controllano direttamente. Infatti non solo interviene l’aspetto della mancanza di denaro, si uniscono nel processo molti aspetti oltre quello economico: incorporano qualcosa di autocostruzione o chiamano il compadre che sa di costruzioni il fine settimana, gli offrono un pulque o una birra e parlano, si divertono e costruiscono la casa; aggiungono nel processo risorse in termini di risparmio delle signore, le quali si riuniscono, risparmiano e a rotazione possono aiutare quella che ha maggiori necessità. Risparmiano nei materiali di costruzione, non risparmiano mettendo soldi nelle banche, ma piuttosto comprano materiali. Tutte queste sono risorse che ha la gente e che permette loro di prodursi una buona casa semplicemente attraverso il controllo del processo, senza ricorrere al finanziamento pubblico o a prestiti bancari. Questo sì, si potrebbe sistematizzare un poco, così che risulti più rapido ed organizzato. Questa può essere l’opzione per la quale lavorare.
SL: quale è lo spazio minimo necessario per l’esercizio dell’autonomia? Intendendo uno spazio concreto e fisico tanto quanto uno spazio politico, soprattutto in relazione a dinamiche indigene e a dinamiche politiche per ri-appropriarsi di uno spazio.
EO: lo spazio minimo di autonomia è la casa. La casa limitata ad una famiglia è uno spazio minimo. Una casa con terreno per coltivare, la casa indigena integra tutto questo: uno spazio produttivo, uno spazio di convivenza, uno spazio di intimità ma soprattutto lo spazio produttivo composto tanto dalla cucina quanto dal patio con gli animali e lo spazio intorno dove coltivare. Da qui si potrebbe affermare che questo è lo spazio per l’esercizio dell’autonomia nel senso che si potrebbe sopravvivere senza null’altro, semplicemente con quello che si produce. Questo è un simbolo di autonomia che nella città non esiste perché la casa si è trasformata in una dispensa, un alloggiamento affinché le forze lavoro incasellate possano dormire qualche ora. Nel campo è totalmente un altro concetto però anche nella casa urbana del povero, che non è altro che 4 pareti ed 1 tetto, vi si legge chiaramente una strategia economica che deve fare i conti con l’ubicazione tale da tener la possibilità di lavorare e di generare economia che generi altri spazi che possono essere affittati per garantirsi la pensione o per garantire uno spazio autonomo ai figli che possono a loro volta implementare l’economia famigliare. Questo è uno spazio necessario e sano di autonomia. Poi viene anche lo spazio del paese, della città, del quartiere che è un altro spazio dove la gente interagisce e controlla il suo territorio. Ci sono inoltre spazi più ampli, quelli che per esempio stanno cercando gli zapatisti, spazi di valli, di regioni, la conca di un fiume, per esempio, dove si condivide un fiume, un clima, le risorse. Questi esempi rurali credo siano molto interessanti. A livello urbano la cellula di autonomia è il vero quartiere che ha una sua propria identità data dall’integrazione della gente col suo territorio.
SL: una cosa che ho vissuto in quasi due anni di America Latina sono attività quali occupazioni di terre, riconquiste di spazi per rispondere ad esigenze, emergenze o a diritti negati. Noi partecipiamo con la gente, abbiamo contatti con i senza terra del Brasile e vedo che dalla necessità non corrisposta a livello ufficiale vi è una naturale risposta della gente che si ri-prende, ri-appropria di spazi, di diritti negati. Come si può conciliare la legalità con le necessità reali della gente? Come si giustificano queste azioni?
EO: credo che lì sta la questione principale, l’essenza forse dei diritti umani. Gli Stati hanno l’obbligo fondamentale di rispondere alla gente. Come puoi criminalizzare qualcuno che sta risolvendo un diritto per i suoi figli quando tu stesso, Stato, non ti muovi per risolvere tali esigenze? Per affermare i diritti della gente? Purtroppo quello che vedo è un movimento al contrario. Questo nel senso dell’universalità dei diritti che sono per tutti, non solo per aiutare quelli che non possono. Il diritto alla casa è un diritto di tutti. Lo stato non deve regalare case, deve piuttosto offrire gli strumenti affinché tutti, con i propri sforzi e possibilità, vedano soddisfatto tale diritto. Alcuni non hanno realmente denaro, altri sono invalidi o malati e andrebbero aiutati al 100% e dovrebbero esistere dei meccanismi perché questo avvenga, però la maggioranza della gente ha la possibilità di far qualcosa per la sua casa; quello che manca sono gli strumenti adeguati che lo Stato dovrebbe garantire. Quindi non si può criminalizzare qualcuno che sta risolvendo un suo diritto soprattutto quando non si sta dando una risposta od offrendo alternative. Se tu hai la possibilità di avere della terra e vi è della gente che ha bisogno di terra, l’occupazione della terra è una possibilità percorribile, ma se tu non hai nessuna possibilità e devi avere uno spazio per i tuoi figli, che fai? Da qualche parte dovrai pur vivere! Se non esistono possibilità di affitti economici, di accesso alla terra, se tutto è basato sullo sfruttamento della gente, la gente automaticamente risolve i suoi problemi. C’è un gruppo di persone che è stato cacciato per ben 5 volte da uno spazio che avevano occupato per vivere perché non c’era altra offerta. In cambio c’è una legge molto ferrea che dice loro che lì non possono stare e da lì questo gruppo di persone si spostava in continuazione cercando dove vivere. Questo fatto evidenzia una mancanza grave della politica. Applicando i principi dei diritti umani ci sarebbero possibilità di riconciliare questa situazione; prima di intervenire per proteggere i diritti umani questi andrebbero rispettati. Se non hai da mangiare e rubi un pane è un peccato veniale, è una necessità umana di soddisfare un diritto. Disgraziatamente credo che nella nostra società quelli che fanno le leggi hanno fatto prevalere il diritto della proprietà individuale al di sopra del senso sociale e della funzione sociale della proprietà che si è persa a beneficio dei diritti del proprietario. Credo che questo atteggiamento distorto oggi sia addirittura aggravato dai diritti delle grandi imprese, dai diritti commerciali delle imprese attraverso piani definiti a livello nazionale ed internazionale che subordinano i diritti umani e gli stessi diritti della proprietà privata agli interessi delle imprese. Quello che predomina sono i diritti di questi colossi economici e finanziari che possono addirittura intervenire per questionare un Paese che sta legiferando o prendendo decisioni commerciali e giuridiche che non permettano alle stesse imprese di scavalcare i diritti individuali. I diritti umani sono semplicemente cancellati o dimenticati e purtroppo la nostra storia latinoamericana ne è piena di esempi. La forma reale per riconciliare questa situazione è lavorare per riconoscere e cementare i diritti umani dentro i quali c’è il diritto alla casa. In America Latina stiamo lavorando ad una iniziativa ampliata a livello mondiale con una lettera-dichiarazione per il diritto alla città che afferma non solo il diritto alla casa ma anche l’implicazione di tutti gli altri diritti già riconosciuti dalle Nazioni Unite che si uniscono nel diritto di tutti all’accesso ai servizi.
SL: ricollegandoci a questo ultimo aspetto di azioni intraprese a livello latinoamericano vorrei parlare dei movimenti. Pensa che i movimenti abbiano realmente forza per influenzare decisioni politiche, per promuovere cambi concreti?
EO: certamente! Io credo che non ci saranno cambi altrimenti. Nessuno ti darà il cambio. Il potere sta dove sta il potere, secondo una frase di Cantinflas, il potere tiene il potere di fare leggi, politiche, di spostare soldi; non è sufficiente che alcuni intellettuali segnalino dove ci sono problemi o le possibili uscite se non c’è un movimento sociale che assuma questo conoscere e lo usi a partire dalla propria quotidianità, che assuma una posizione attiva. Altrimenti non ci sarà cambio, il cambio c’è quando la società si mobilita. Nessun diritto è regalato, nessuno regala diritti, anche se esistono diritti li manipoleranno e diranno che vengono rispettati. Le farmacie son piene di medicine, quindi è garantito il diritto alla salute oppure facendo calcoli in base al settore privato nella produzione di case si può affermare che è garantito pure il diritto alla casa. Così lo si sta presentando, senza dire i numeri di tutti coloro che non hanno accesso ai farmaci o alla casa. Non è sufficiente che si producano cose e case, si deve avere un senso più profondo dei diritti, si deve vigilare perché tutti tengano accesso ai diritti. Bisogna riscoprire valori di solidarietà, convivenza, responsabilità, purtroppo sempre più soffocati nell’attuale pensiero unico del trionfalismo economico di pochi. I partiti in effetti hanno fatto già onore al loro nome e si sono [s]partiti tutto. La forza davvero interessante , la vera politica, sta nei movimenti. Per esempio Via Campesina, i Senza Terra del Brasile, o nel nostro campo i movimenti urbani. In Messico questi ultimi hanno perso forza in parte per l’intromissione dei partiti, in parte perché molti hanno lasciato i movimenti per accedere a posti pubblici. La domanda ricorrente che si pongono costantemente i movimenti, in questo caso, è l’ubicazione. Molte volte le logiche burocratiche impediscono che i cambi proposti dai movimenti sociali possano essere effettuati, anzi indeboliscono molto i movimenti stessi. Nel 1984 con 2 salari minimi compravi la stessa casa che oggi ti costa 7. La gente ha perso poter acquisitivo ed è pre-occupata più nel cercare soluzioni per sopravvivere piuttosto che per fare attivismo politico. Anche i programmi promossi molto intelligentemente dai governi sono sistemi compensatori di povertà, assistenzialismi, che hanno indebolito la società; ciò implica, inoltre, che molti movimenti si siano sciolti. Nonostante tutto esiste però forte il movimento altro mondista al quale però manca integrarsi maggiormente con i movimenti di base. Senza dubbio hanno un ruolo fondamentale che devono compiere ma dovrebbero anche modificare un poco la loro forma di agire. Non puoi modificare nulla con sole marce o sit-in, il potere se la ride. Che fare quindi? Una strategia poco usata per esempio è quella dei diritti umani, ancora pochi la usano, si devono cercare nuovi cammini. Alcuni grandi movimenti stanno crescendo, qui in Messico gli Zapatisti sono la speranza del campo, ma non è sufficiente. Lì stanno a dimostrazione che un cambio è possibile, stanno facendo cose interessanti ma purtroppo questa idea non ha trasceso al resto dei movimenti.
SL: in questo panorama che si è dipinto di governi, società civile, movimenti, quale è il ruolo reale delle organizzazioni non governative? Alcune stanno coi movimenti sociali, altre vorrebbero sostituirsi, altre diventano braccia dei governi per gestire emergenze sociali, io vedo una gran confusione. Dalla sua esperienza come vede lei la situazione?
EO: le forme di fare delle ONG sono in effetti molto differenti; alcune lavorano ponendo in discussione quello che succede nel settore pubblico, dedicandosi alla politica, facendo agende per trattare temi importanti, altre sono funzionarie al/del sistema e fanno da intermediari tra politici e movimenti con il timbro e benestare delle multinazionali; altre ancora mettono in discussione il sistema ma dal loro punto di vista, scollato e senza articolazione coi movimenti; altre si aggregano al processo dei movimenti sociali ed alcune arrivano pericolosamente a confondersi col movimento. Ammiro molto questi ultimi perché fanno un gran lavoro con la gente, nei quartieri e nel campo, ma purtroppo resta un atteggiamento che non ti conferisce un potenziale trasformatore perché tu puoi uscire quando vuoi dalla situazione di difficoltà, la gente con cui lavori no. Per questo credo sia fondamentale stabilire il ruolo delle ONG, quello che si può e deve fare credo sia di accompagnare e fortificare con conoscenza, pratica, esperienza i movimenti articolati rispettandone il processo; si devono generare alleanze strategiche condivise. Questo resta un compito trasformatore reale. Un altro aspetto importante è evidenziato da quelle ONG che aprono spazi col settore pubblico, che pressionano i politici e che continuano vigilando e criticando quello che succede. Tutti questi aspetti sono indispensabili, abbiamo bisogno di gente in ogni lato. Io non sono d’accordo con chi sta denigrando altri gruppi o movimenti, il movimento che non vuol lavorare con gli intellettuali e viceversa, per esempio. Nessuno ha la verità in tasca, si deve lavorare per convergere strategicamente e per unire le diverse verità ed esperienze, riconoscendo che la forza trasformatrice sta nella gente e che tutti ne sono parte.
7 dicembre 2004, dal freddo altipiano di Città del Messico, 9°C, DF, Messico, Stefano Lucini.
n.b.1 | nota biográfica: Enrique Ortiz Flores.
Architetto laureato all’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM). Nella sua traiettoria nelle ONG nel settore pubblico di particolare rilievo gli incarichi come: direttore della ONG messicana COPEVI (1965-1976); vicedirettore del ramo casa di SAHOP (segreteria di insediamenti umani ed opere pubbliche); responsabile della formulazione e direzione del primo Programma Nazionale della Casa (1977-1982); presidente del comitato di azione per la casa e le costruzioni di interesse sociale del Sistema Economico Latinoamericano, SELA (1979-1982); direttore generale del fondo nazionale per le case popolari, FONHAPO (1983-1987); segretario generale della Coalizione Internazionale per l’Habitat, HIC, che raggruppa oltre 400 organizzazioni sociali e non governative che operano nel campo dell’habitat in 80 paesi (1988-1998); responsabile dell’Istituto della casa del Distretto Federale (1998-2000). Titolare della cattedra “Sergio Chiappa Catto” nel distaccamento di Xochimilco dell’Università Autonoma Metropolitana, ricoprendo incarichi di docente, ricercatore in temi di pianificazione partecipata e produzione sociale dell’habitat (2000-2002). Membro della giunta direttiva dell’Università Autonoma Metropolitana (1995-2004). Forma parte del Consiglio Nazionale per la Casa. Coordinò la fondazione dell’ufficio per l’America Latina della Coalizione Internazionale per l’Habitat (2001-2003) e attualmente presiede la presidenza internazionale di questo organismo.
n.b.2 | note bibliografiche:
www.hic-al.org | www.edupaz.org.mx | www.ciepac.org | www.sitiocompa.org | www.mesoamericaresiste.org | http://chiapas.mediosindependientes.org | www.jornada.unam.mx | www.fucvam.org.uy | Enrique Ortiz Flores, articoli e conferenze (da ricercare in internet) | Jean Robert, Libertad de habitar | Jaime Sabines, Nuevo recuento de poemas | Julio Cortázar, Rayuela | Johoan Van Lengen, Manual del arquitecto descalzo | Votán Zapata, Filosofo de la esperanza | (ezln), Documentos y comunicados | María Zambrano, Los sueños y el tiempo | Lars Von Trier, Dogville | Andrei Tarkovsky, Stalker | i tuoi piedi, una camminata tra queste terre | i tuoi polmoni, una camminata tra queste terre | la tua pelle e i tuoi occhi, sederti con loro su questa terra.
contatti: stefano: sfridi@gmail.com



